La flat tax dei giovani entra nel cantiere della manovra. Il conto per lo Stato è ancora da definire ma secondo le prime stime raccolte da MF-Milano Finanza la misura potrebbe costare tra 600 e 700 milioni di euro. Il 5% sugli aumenti di stipendio ipotizzato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non sarà infatti una misura a costo zero. Un minor gettito ci sarà, ma al momento non c’è una quantificazione ufficiale. Questo perché saranno platea, soglia di reddito e soprattutto modalità di applicazione dell’agevolazione a determinare il conto finale per l’Erario.
Si è così configurato uno dei primi nodi da sciogliere per la quinta e ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Perché la misura per i giovani, seppur con declinazioni leggermente differenti, ha già messo d’accordo Lega e Forza Italia (che ha ben due proposte parallele sul tema). Il titolare del Mef ha messo sul tavolo l’idea di tassare al 5% gli aumenti salariali riconosciuti agli under 30 con l’obiettivo di spingere le imprese a pagare di più i lavoratori all’inizio della carriera.
Un meccanismo molto diverso dalla flat tax generalizzata contenuta in una precedente proposta di legge del Carroccio (il cui esame non è mai iniziato), che prevedeva invece un’imposta sostitutiva del 5% per cinque anni sull’intero reddito da lavoro dipendente fino a 40 mila euro per gli assunti a tempo indeterminato.
La differenza non è soltanto tecnica ma soprattutto finanziaria. La proposta depositata alla Camera, a prima firma Luca Toccalini, indica una platea di circa 101 mila giovani all’anno e applica il 5% all’intera retribuzione agevolabile. L’ipotesi rilanciata da Giorgetti punta invece a concentrare il beneficio sulla parte di stipendio che aumenta. In questo modo il costo per i conti pubblici sarebbe inevitabilmente più contenuto, ma non nullo: ogni euro di aumento tassato al 5% anziché con l’aliquota ordinaria produce comunque un minor gettito per lo Stato.
Il punto semmai è quanto di quell’aumento salariale sarebbe stato riconosciuto comunque e quanto invece sarebbe stato generato proprio dall’incentivo fiscale. È su questa componente incrementale che si gioca la valutazione della Ragioneria. Ma prima di tutto il governo dovrà decidere cosa intende per «aumento».
A tornare sul tema ieri è stato il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che ai microfoni di Radio24 ha indicato nel salario dei giovani «il principale problema» da affrontare con la prossima finanziaria. Durigon ha richiamato proprio la proposta Toccalini spiegando che l’obiettivo è consentire alle imprese di «fidelizzare il giovane che entra, formarlo e costruire con lui un percorso». Una volta terminati i cinque anni di agevolazione, ha aggiunto, dovrebbe essere il datore di lavoro ad aver fatto crescere professionalmente il lavoratore e quindi ad aumentarne la retribuzione.
Ma prima di trasformare le ipotesi in misure il governo dovrà fare i conti con il quadro di finanza pubblica. Il primo appuntamento è il 22 settembre, quando l’Istat pubblicherà il dato definitivo sul deficit del 2025 e si capirà se l’Italia è riuscita a restare sotto la soglia del 3% del pil. È da quel numero, assieme alle nuove stime sull’andamento dell’economia, che passerà una parte importante dello spazio di manovra disponibile per il 2027. (riproduzione riservata)