La cura del tumore al colon trova un valido alleato nella biopsia liquida, che può aiutare nella scelta di terapie di precisione efficaci, minimizzandone gli effetti collaterali. Lo rivelano i primi risultati di Pegasus, uno studio clinico promosso da Ifom, l’Istituto Fondazione di oncologia molecolare Ets di Milano, sostenuto da Fondazione Airc e presentato nei giorni scorsi al Congresso dell’Esmo (Società europea di oncologia medica) a Madrid.
Il problema di partenza è che dopo la rimozione chirurgica del tumore primario, in circa un terzo dei pazienti con cancro al colon di stadio II ad alto rischio e III permane una malattia micro-metastatica radiologicamente invisibile. «Per prevenire le recidive oggi pressoché tutti i pazienti sono sottoposti dopo l’intervento a chemioterapia adiuvante», spiega Silvia Marsoni di Ifom, ideatrice e coordinatrice dello studio Pegasus. «Non tutti i pazienti traggono però beneficio da tale terapia adiuvante, poiché la medicina non ha ancora a disposizione uno strumento adeguato per misurare la malattia micro-metastatica residua. Soprattutto vengono trattati anche pazienti che non ne avrebbero bisogno».Qui entra in gioco la biopsia liquida, la tecnologia diagnostica che in Pegasus è stata utilizzata per rilevare la presenza dl Dna tumorale circolante nel sangue dei pazienti dopo la chirurgia.
«Pegasus prevede un trattamento di chemioterapia post-chirurgica differenziato in base ai risultati di biopsia liquida fatta circa quattro settimane dopo l’asportazione del tumore primario», afferma Sara Lonardi, responsabile clinica dello studio presso l’Istituto oncologico veneto Irccs di Padova. «Con biopsia liquida positiva i pazienti ricevono una chemioterapia adiuvante standard. Si tratta di un regime a base di capecitabina e oxaliplatino, molto attivo contro il cancro al colon, ma che può dare tossicità neurologica acuta e cronica in una percentuale non piccola di casi. Con biopsia liquida negativa, invece, i pazienti ricevono una terapia più leggera con la somministrazione della sola capecitabina a scopo cautelativo. L’analisi della biopsia liquida viene effettuata più volte nel corso del trattamento e durante il monitoraggio successivo dei pazienti, come strumento per rivelare un’eventuale resistenza innata del tumore alla terapia e guidare la rimodulazione del regime chemioterapico».
A essere inclusi nella ricerca Pegasus sono stati 135 pazienti in 11 centri oncologici in Italia e Spagna fra luglio 2020 e luglio 2022. La biopsia liquida post-chirurgica è risultata positiva in 35 pazienti su 135 (il 26%), di cui 12 hanno avuto una recidiva, mentre solo nel 10% dei restanti 100 pazienti con biopsia liquida negativa la malattia si è ripresentata. Se confermati da altri studi internazionali in corso, questi risultati contribuiranno a modificare le linee guida del trattamento del cancro al colon operabile, con il passaggio dal paradigma attuale di una chemioterapia uguale per tutti a una terapia più precisa e personalizzata. (riproduzione riservata)