Senza troppo clamore, il mondo del pubblico impiego sta rapidamente recependo la sentenza della Corte costituzionale che ha abolito il tetto massimo del 240 mila euro lordi annui alle retribuzioni. I giornali hanno dato notizia che in qualche comparto della magistratura si sta procedendo all’adeguamento, a partire proprio dalla Consulta (che potrebbe essere seguita poi anche dagli altri organi giuridici quali la Corte di Cassazione, il Consiglio di Stato, il Tar e la Corte dei Conti), così come parrebbe in alcune categorie di alti dirigenti pubblici, quali ad esempio i dirigenti dell’Istituto nazionale della previdenza sociale. E presto altri pezzi della pubblica amministrazione seguiranno, nell’ambito di una complessità di posizioni che si differenziano a seconda del fatto che siano organi della magistratura, che ha una sua autonomia legislativa, ovvero soggetti che rientrano nella pa e nella contrattazione collettiva.
Ma al di là degli aspetti di merito, la vicenda del tetto agli stipendi di chi lavora per la collettività è ancora una volta la dimostrazione di come in Italia viene esercitato il buonsenso. Il taglio nacque con Matteo Renzi. È stato il suo governo a imporre come limite massimo per i compensi dei dirigenti pubblici l’indennità spettante al presidente della Repubblica, ora bocciato (dopo oltre un decennio) dalla Corte costituzionale. Ma non va dimenticato che quella decisione è arrivata dopo numerosi tentativi di tenore simile mai andati a buon fine.
Nel secondo governo di Romano Prodi le spinte per fissare un tetto massimo agli stipendi pubblici erano fortissime. Si parlò di stabilirlo a 500 mila euro l’anno, poi si scese a 274 mila. L’esecutivo di Prodi però si sbriciolò e così pure il tetto. La questione tuttavia fece capolino anche durante il successivo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. Il tetto spuntò nella prima legge finanziaria, ma per farlo diventare operativo serviva il solito e necessario provvedimento attuativo. Si giunse a un passo dall’approvazione da parte del consiglio dei ministri della misura applicativa. Tutto questo mentre le retribuzioni di alcuni alti papaveri della pubblica amministrazione continuavano senza colpo ferire a crescere arrivando in qualche caso a superare il milione l’anno.
Fu il governo di Mario Monti ad applicarlo. Accadde a valle della scoperta che alcune figure istituzionali intascavano cifre senza alcun rapporto con la realtà della funzione ricoperta. Casi come quello della retribuzione del capo della polizia italiana, che superava il triplo di quella del capo di Scotland Yard. Venne allora adottato come limite lo stipendio del primo presidente della Cassazione, che si aggirava allora intorno ai 300 mila euro lordi l’anno. Ma ancora a qualcuno quella misura già demagogica non bastava. Nella Lega si invocò l’adozione di un altro parametro, quello dello stipendio dei parlamentari che allora al netto di tutte le rilevanti voci accessorie, si attestava poco al di sopra del 120 mila euro annui. La richiesta cadde nel vuoto. Fino a quando Matteo Renzi, nel 2014, impresse al tetto un altro giro di vite. Non più lo stipendio del primo presidente della Cassazione bensì l’indennità del capo dello Stato. Chi avrebbe potuto guadagnare più del vertice supremo della Repubblica?
Detto questo, non bisogna perdere di vista l’altro faro del modo di operare della nostra politica. Quel tetto, infatti, non valeva per tutti. Non valeva per il primo presidente della Cassazione. Ma soprattutto non valeva per gli organi costituzionali, come Camera e Senato. Dove uno stenografo al massimo livello di carriera poteva arrivare a guadagnare come il re di Spagna.
Il dibattito fu lungo e complicato, ma alla fine si risolse in una specie di deroga: i dipendenti di Camera e Senato avrebbero subito un taglio più modesto, che sarebbe durato soltanto tre anni.
C’erano però altre categorie di dipendenti pubblici che negli anni avrebbero pian piano oltrepassato, e in qualche caso anche sensibilmente, quel tetto. Pensiamo ai magistrati amministrativi, che a differenza dei loro colleghi magistrati ordinari possono beneficiare dei cosiddetti incarichi extragiudiziali. Incarichi di insegnamento, ma non solo. Da qualche anno sono stati resuscitati anche gli arbitrati, che hanno cambiato solo nome e ora si chiamano Cct (Collegi consultivi tecnici) capaci di garantire introiti enormi. E anche i dirigenti del ministero delle Infrastrutture sono destinatari di incarichi di collaudo di opere pubbliche. Tutte somme che in ogni caso per legge sarebbero dovute rientrare nel tetto.
A questo punto è d’obbligo una domanda. Ci sarebbe un’altra strada per assicurare ai dirigenti pubblici retribuzioni giuste e meritorie, evitando abusi e privilegi? Certo. Peccato che nessuno l’abbia mai voluta percorrere. Non serve imporre tetti demagogici, con il risultato che poi qualcuno riesce sempre a non rispettare. Basta stabilire paghe base dignitose alle quali si dovrebbe aggiungere una retribuzione variabile in funzione dei risultati. Il problema è che si dovrebbe anche stabilire un meccanismo di valutazione serio, rigoroso e soprattutto indipendente, di quei risultati. Ma la magica parola «merito», che tutti i governi di turno evocano, resta purtroppo solo un vocabolo. (riproduzione riservata)