La Fed vede all’orizzonte il miglior esito possibile della stretta monetaria: una discesa dell’inflazione verso il 2% senza un significativo aumento della disoccupazione. In questo modo sarebbero assicurati entrambi gli obiettivi del mandato della banca centrale. Il presidente Jerome Powell ha suggerito così ieri a New York un’altra pausa sui tassi: «Considerando le incertezze, i rischi e i progressi compiuti, stiamo procedendo con cautela», ha detto. Le prossime decisioni saranno prese «sulla base di tutti i dati» economici in arrivo. Tra i pericoli ci sono anche le tensioni geopolitiche che dopo il conflitto a Gaza sono «molto elevate» e «rappresentano un rischio importante per l’attività economica globale».
Già nell’ultima riunione la Fed ha optato per una pausa sui tassi indicando la possibilità di un’ulteriore stretta nei prossimi mesi (la mossa è stata definita come una hawkish pause). Al contrario la Bce ha alzato i tassi segnalando un probabile stop (dovish hike). L’idea della Fed è quella di aspettare prima di nuove mosse. In questo modo sarà possibile valutare l’impatto della stretta sull’economia, evitando così un rialzo prematuro, anche alla luce dell’effetto ritardato delle strette varate in passato. La Bce invece ha voluto mettersi al sicuro sull’inflazione, rischiando però di danneggiare in modo non necessario la crescita e, non secondariamente, di dover invertire rapidamente la rotta sui tassi come nel 2011.
Powell ha confermato la linea della cautela, che è apparsa ieri agli analisti la più probabile anche per la prossima riunione, nonostante l’economia americana stia resistendo molto meglio di quella dell’Eurozona (che invece è ferma da un anno e potrebbe presto contrarsi, anche per il maggior impatto delle guerre). Il presidente della Fed ha sottolineato «progressi in corso» verso «entrambi gli obiettivi del nostro duplice mandato: massima occupazione e prezzi stabili».
Quanto all’inflazione, negli Usa è attesa al 3,5% a settembre, in forte calo dal picco del 7,1% di giugno 2022 (nell’Eurozona è al 4,3%, meno della metà rispetto al massimo di ottobre 2022 del 10,6%). Anche la componente core, al netto di energia e cibo, è in netta discesa, come indicano i valori a tre e sei mesi. I dati si sono evoluti «in modo molto favorevole in estate», ha detto Powell, nonostante un valore «meno incoraggiante» a settembre.
Per la Fed il calo dell’inflazione sarà «a salti» e serviranno ulteriori conferme nei prossimi mesi prima di dichiarare vinta la lotta al carovita. Ma un motivo di maggiore tranquillità è legato al mercato del lavoro che «si sta gradualmente raffreddando», riducendo così le pressioni dei salari sui prezzi. Per Powell «i nuovi posti di lavoro si sono notevolmente ridotti rispetto ai massimi e ora sono solo leggermente al di sopra dei livelli pre-pandemici».
Nel complesso però finora il calo dell’inflazione «non è avvenuto al prezzo di un aumento significativo della disoccupazione». Uno sviluppo, secondo Powell «molto gradito, ma storicamente insolito», legato al migliore funzionamento delle catene produttive e al maggiore equilibrio tra domanda e offerta di lavoro anche grazie all’immigrazione. Il pil Usa dovrebbe rimanere solido nel terzo trimestre prima di una flessione nel quarto e l’anno prossimo.
Eventuali segnali di una crescita oltre le attese o di un mercato del lavoro ancora forte «potrebbero mettere a rischio ulteriori progressi sul fronte dell’inflazione» e «giustificare un ulteriore inasprimento della politica monetaria», ha osservato Powell che però nel dirlo ha utilizzato una formula più debole di quella usata in passato.
Lo scenario economico potrebbe essere influenzato dal rischio guerre, le cui implicazioni economiche sono «altamente incerte» per Powell. Il presidente Fed ha sottolineato che la politica monetaria sta già frenando l’economia e che lo farà ancora di più in futuro. Inoltre il recente rialzo dei tassi di mercato, con il Treasury decennale a un passo dal 5% (ai massimi dal 2007), potrà ridurre la necessità di aumenti dei fed funds. Powell non vuole correre rischi inutili sulla crescita, nonostante i margini di manovra siano molto più ampi rispetto all’Eurozona. (riproduzione riservata)