Ci sarebbero 215 banche «deboli» in uno scenario avverso di significativa stagflazione. È quanto emerge in uno stress test del Fmi condotto su circa 900 istituti di 29 Paesi a livello globale. Il Fondo Monetario, che ha ipotizzato una contrazione dell’economia globale del 2%, ha applicato una metodologia più severa di quella adottata in passato: sono stati considerati anche i rischi evidenziati nelle crisi di marzo di Credit Suisse e delle banche Usa. In particolare l’esame ha considerato tassi più alti più a lungo e un’eventuale fuga di depositi. Tra gli istituti in difficoltà ci sarebbero anche grandi banche di rilevanza sistemica (G-Sib). Il Fondo Monetario considera deboli gli istituti che avrebbero capitale sotto il 7% o che registrerebbero una caduta patrimoniale di oltre il 5%.
Nello scenario base, quello cioè delineato nel World Economic Outlook del Fmi, le banche deboli sarebbero 55, con asset pari al 4% del totale globale. Il settore sarebbe «in generale resistente» nello scenario base. Secondo il Fondo tuttavia ci sono «molte banche nelle economie avanzate con un potenziale di perdite patrimoniali significative, dovute alla valutazione dei titoli al valore di mercato e agli accantonamenti per perdite su crediti». Nello scenario avverso il capitale bancario di migliore qualità (Cet1) scenderebbe al 10,1% a livello globale (dal 12,6% di partenza a fine 2022), mentre nell’Eurozona si fermerebbe al 12% (dal 15,4% di partenza). In un orizzonte fino al 2025, la situazione peggiore sarebbe quella delle banche cinesi che a fine periodo avrebbero un capitale del 7,1%, quindi poco superiore al minimo.
ll Fmi ha osservato che i tassi alti possono migliorare i margini di interesse di alcune banche, in particolare di quelle che possono trasferirli sui prestiti ai clienti, mantenendo bassi i costi di raccolta. Tuttavia, periodi prolungati di tassi elevati possono anche causare un aumento delle perdite sui prestiti, in quanto imprese e famiglie devono affrontare oneri di servizio del debito più pesanti e un contesto economico meno favorevole. Inoltre sulla redditività delle banche possono pesare le perdite di valore dei titoli, in particolare quelle che si verificano se gli istituti devono vendere le attività detenute al valore contabile per soddisfare le esigenze di liquidità.
In risposta a queste vulnerabilità, secondo il Fondo Monetario, autorità e legislatori dovrebbero «affinare le valutazioni sui rischi, aumentare la severità degli stress test e aumentare il capitale delle banche contro i rischi di tasso». Le banche invece dovrebbero «assicurarsi di essere pronte ad accedere alla liquidità della banca centrale in periodi di stress, mitigando così in modo sostanziale le potenziali perdite di capitale derivanti dalla vendita di titoli».
«I rischi per la stabilità finanziaria rimangono piuttosto elevati», ha osservato Tobias Adrian, capo del dipartimento monetario del Fmi. «Le tensioni acute nel sistema bancario globale si sono attenuate, ma vediamo ancora banche deboli in alcuni Paesi». Sempre in tema di crisi bancarie, come riportato ieri su MF-Milano Finanza, il Financial Stability Board è intervenuto (in forte ritardo) sul recente dissesto di Credit Suisse osservando che il fallimento della banca svizzera ha evidenziato la necessità di «un efficace backstop temporaneo alla liquidità da parte del settore pubblico» e «prontezza operativa delle banche ad accedervi come ultima risorsa». Per il FSb società e autorità dovrebbero inoltre «affrontare le questioni giuridiche nell’esecuzione del bail-in a livello transfrontaliero» e «comprendere l’impatto del bail-in sui mercati». (riproduzione riservata)