Durante il summit Nato del 24 giugno, i paesi europei hanno concordato un significativo aumento della spesa militare, puntando a raggiungere il 5% del pil entro il 2035. La cifra si suddivide in un 3,5% dedicato alla difesa «core» e un ulteriore 1,5% destinato a investimenti legati alla sicurezza, come infrastrutture e cybersecurity. L’obiettivo supera l’attuale spesa militare degli Stati Uniti, che si attesta intorno al 3,4% del pil, e si avvicina a livelli storici tipici dei periodi di guerra.
Secondo un’analisi di S&P Global Ratings, questa spinta riflette soprattutto un recupero dopo decenni di sotto-investimento post Guerra Fredda. Tuttavia, raggiungere il solo target del 3,5% per la difesa core, senza compensazioni fiscali, potrebbe tradursi in un incremento del debito pubblico europeo di circa 2 mila miliardi di dollari entro il 2035. Alcuni Paesi potrebbero veder crescere il loro rapporto debito/pil di oltre 10 punti percentuali. L’aggiuntivo 1,5% destinato a investimenti per la sicurezza nazionale dovrebbe invece essere in gran parte finanziato tramite la riallocazione di risorse esistenti, senza impatti diretti sul debito.
S&P non prevede pressioni significative sulla qualità del credito degli Stati europei nel breve termine. Nei prossimi quattro anni, la maggior parte dei Paesi potrebbe aumentare la spesa militare di circa 0,5 punti percentuali di pil, un incremento importante ma ancora lontano dal target fissato per il 2035. Questo è dovuto a vincoli fiscali e differenze nelle priorità politiche. La Spagna, infatti, ha già dichiarato che non aumenterà il suo contributo fino al 5%.
La spesa difensiva crescerà quindi in modo eterogeneo, concentrandosi maggiormente negli Stati confinanti con la Russia (come Polonia e Paesi Baltici), mentre Paesi con bassa esposizione e livelli elevati di debito pubblico faranno più fatica ad aumentare gli investimenti. Stati come Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Lituania, che hanno margini fiscali più ampi, saranno quelli più capaci di sostenere aumenti significativi.
Un elemento rilevante sarà la riformulazione contabile: molti governi stanno riclassificando spese già presenti, come quelle per cybersecurity, polizia, infrastrutture o pensioni, per farle rientrare nei nuovi obiettivi difensivi, evitando così un vero e proprio aumento del deficit.
S&P sottolinea che la spesa militare avrà, almeno all’inizio, un impatto economico modesto, principalmente perché sarà indirizzata soprattutto all’acquisto di equipaggiamenti e alle spese amministrative, con scarsa attenzione a ricerca e sviluppo. Inoltre, le capacità industriali europee limitate e la frammentazione delle politiche di approvvigionamento peseranno sulla possibilità di generare un effetto moltiplicatore.
Sul fronte politico, l’aumento della spesa militare rischia di generare tensioni interne: l’opinione pubblica europea, abituata a un lungo periodo di pace, potrebbe opporsi a tagli nei servizi sociali per finanziare la difesa.
La prudenza finanziaria resta un vincolo chiave. Nonostante la clausola di flessibilità nell’ambito del Patto di Stabilità europeo, i Paesi più indebitati saranno riluttanti a compromettere i loro piani di riduzione del debito. S&P evidenzia che, senza una crisi di sicurezza improvvisa, i mercati finanziari continueranno a limitare la capacità degli Stati di espandere rapidamente la spesa militare, generando un possibile aumento dei costi di finanziamento per i Paesi più fragili e un effetto «crowding out» sugli investimenti in settori strategici come sanità, istruzione e transizione verde. (riproduzione riservata)