Solo diventare natura ci salverà: l’eredità visionaria di Italo Rota raccontata da Carlo Ratti
L’eredità di Italo Rota attraversa la Biennale di Architettura 2025, tra visione ecologica, ironia e sperimentazione. Dalle città organismi viventi al pensiero di Donna Haraway, Carlo Ratti, il curatore ci invita a ripensare il nostro rapporto con la natura
Prima che la fase dell’antropocene (il termine che descrive la nostra era e l’impatto delle attività umane sul sistema terrestre) si concluda, magari non troppo bene, è forse il momento di cominciare a pensare al Chthulucene, il termine coniato da Donna Haraway, filosofa femminista e professoressa emerita all’Università di Santa Cruz, in California, Leone d’Oro alla carriera alla 19° Biennale Internazionale di Architettura di Venezia (sino al 30 novembre 2025). È il prossimo passo che dovrebbe spingerci a ridefinire i confini tra umano e non umano (dal suo saggio Manifesto Cyborg), le relazioni tra specie e immaginare mondi alternativi. Quanto il suo pensiero ha guidato l’impostazione di questa edizione dal titolo: Intelligens. Natural. Artificial. Collective?

«La sua influenza impregna tutta la mostra. Non solo per il suo celebre “cyborg”, ma soprattutto per la sua insistenza sul fatto che i confini sono spesso illusioni e che le barriere tra umano e non umano, tecnologia e natura, sono sempre più porose», spiega il curatore, l’architetto e ingegnere Carlo Ratti. «Abbiamo voluto usare la parola Intelligens, dal latino tardo intelligere, anche per il suffisso -gens, popolo in latino. Una pluralità di intelligenze e un aspetto inclusivo importante in un momento in cui, parlando di intelligenza, si pensa subito all’IA, o peggio, a ChatGPT».

Questa Biennale, innovativa con la call Spaces for Ideas, vede, infatti, la partecipazione di più figure professionali per affrontare sfide globali: architetti, artisti, ingegneri, scienziati, filosofi e altri (oltre 750 da 66 paesi diversi). È l’Opera Aperta cara a Ratti. «Ne sono un convinto sostenitore sin da quando ero studente a Cambridge, in Inghilterra, dove ho avuto il privilegio di lavorare con Umberto Eco. Il concetto ha ispirato uno dei miei primi libri, Open Source Architecture, qui trasformato in metodo».
Ma come sta cambiando il modo di progettare, sulla base dell’emergenza climatica e delle disuguaglianze, al centro anche di Inequalities alla Triennale di Milano? «Gli edifici devono comportarsi come organismi viventi: raffreddarsi, proteggere, assorbire.
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Bisogna ridare centralità all’architettura come strumento attivo. Ridurre emissioni e ottimizzare i consumi presuppongono un mondo e un clima stabili. Mitigare resta essenziale, ma l’adattamento è cruciale. Le città devono essere capaci di reagire in tempo reale. Barriere che si alzano contro le maree. Scuole che diventano rifugi durante le ondate di calore. Case verdi, con piante come coinquiline, non più solo decorazioni. Meno cemento, più organismi sensibili. E molto altro».

Un dialogo collettivo che fa sentire la sua voce con idee e soluzioni. Alcune futuristiche come AquaPraça, piazza galleggiante che reagisce al clima e si integra con la natura. Progettata dall’architetto Ratti insieme a Höweler + Yoon, da Venezia partirà per il Brasile, per la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP30), a Belém. «L’obiettivo è sempre lo stesso: esplorare il confine tra mondo naturale e artificiale».
Non può che venire in mente il compianto architetto Italo Rota, cui è stato assegnato il Leone d’Oro alla Memoria. «Italo sapeva rendere leggera anche la complessità. Il titolo del suo ultimo libro dice tutto: Solo diventare natura ci salverà. Ci manca molto. Ma il suo spirito attraversa la mostra: nell’ironia, nella voglia di sperimentare, e nel bellissimo allestimento sui materiali curato dalla sua compagna di una vita, Margherita Palli», spiega Carlo Ratti.

Che cosa resterà dopo l’esposizione? I partecipanti hanno adottato il Manifesto di Economia Circolare del Professor Ratti, con precise linee guida per il riutilizzo dei materiali. «È una grande sfida. Tracciare i materiali è difficile e progettare pensando fin dall’inizio allo smontaggio finale richiede un cambiamento culturale profondo. La vera prova sarà vedere se le idee genereranno azioni. Se lasceranno una traccia concreta».(Riproduzione riservata)
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