Diego Della Valle: «Il lusso non esiste. Esistono qualità e desiderabilità»
L’imprenditore, presidente del Gruppo Tod’s, racconta perché il futuro del Made in Italy passa dall’intelligenza artigianale, dalle persone e da una nuova idea di eccellenza
Lusso? Una parola che per lui non esiste. Al suo posto: qualità, desiderabilità, intelligenza artigianale. Da qui, dalla storia della sua famiglia e di molte imprese italiane, parte Diego Della Valle, grande imprenditore alla guida di un gruppo da 1 miliardo di euro di fatturato, con quattro marchi, Tod’s, Fay, Hogan e Roger Vivier (più Schiaparelli, di proprietà della famiglia), 5.600 dipendenti e una priorità, l’eccellenza. Che poi negare il lusso sia un’iperbole, certo, lo si accetta e lo si comprende da un uomo che tanto ha fatto, inventato, creato, spinto per portare nel mondo l’italian lifestyle, trasmetterne l’essenza, amplificarne il messaggio e il mito: un territorio autentico, con persone che amano vivere bene, circondate dalla bellezza di arte e natura.

Gentleman. Partiamo dalla sua visione imprenditoriale: al centro l’uomo, con una espressione coniata da lei, intelligenza artigianale…
Diego Della Valle. Trasmettere il saper fare è una priorità per noi e speriamo che se lo ricordi anche chi oggi domina i processi dell’intelligenza artificiale. Nel nostro settore, l’uomo rimane al centro. Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale aiutano, ma senza il tocco dell’artigiano non si può trasmettere l’essenza del Made in Italy.
G. Per creare emozione...?
D.D.V. L’intelligenza artificiale può raccontarti molte cose sul tuo consumatore, ti insegna ad affinare il rapporto con lui. Ma alla fine il cliente deve aprire una scatola e trovarci un prodotto eccellente, in grado di sorprenderlo, che coniughi stile e funzione, con in più quel tocco che solo le mani di persone vere sono in grado di realizzare. Nel nostro mondo vale ancora questo principio dell’eccellenza: dobbiamo essere bravi a mantenerlo e proteggerlo, utilizzando materiali sempre più preziosi, studiando nuove lavorazioni di pellami.

G. Che cos’è oggi il Made in Italy?
D.D.V. È un concetto che parte dalle imprese artigianali, che affonda le sue radici in un mondo pieno di storia, famiglie di terza e quarta generazione che lavorano, parlano alla sera di ciò che avviene in fabbrica... Non basta un colpo di clic per costruire prodotti fatti bene. E non bisogna commettere l’errore di considerare che il Made in Italy sia rappresentato da oggetti costosi. C’è anche questo, certo, ma è prima di tutto uno stile di vita autentico, e spesso molto semplice, quello delle famiglie italiane. Uno stile di vita che parte dai luoghi di villeggiatura più belli del mondo, penso a Capri e a Portofino, e arriva a quel piccolo paese del cuneese o delle Marche che gli stranieri desiderano scoprire.
G. Come si intreccia questa visione bucolica con il sistema del lusso?
D.D.V. Noi italiani siamo collocati in altissimo nella piramide del desiderio per la qualità di vita, per il piacere di vivere. E il nostro settore è stato funzionale in questi anni proprio per rimarcare l’eccellenza italiana, sostenere e amplificare il desiderio di conoscere l’Italia, di immergersi in questo nostro stile di vita che io definisco morbido.
G. Morbidezza, una parola chiave: da qui è partita la sua rivoluzione nello stile, da una scarpa, il famoso Gommino…
D.D.V. Per quel periodo, quasi 50 anni fa, fu un’intuizione da neofita: tutti compravano scarpe inglesi o scarpe italiane costruite, strutturate in un modo pesante, e anche gli abiti andavano di pari passo. Guardando gli uomini in giro per il mondo ho intuito che per fare calzature innovative avremmo dovuto pensare al contrario: creare scarpe non rigide, ma morbide; non pesanti, ma leggere.

G. La sua capacità è stata andare oltre e trasformare il mocassino con i 133 gommini in uno stile di vita, appunto morbido e rilassato.
D.D.V. Se un prodotto non lo merita, non rientra nel concetto di stile di vita. In questo, è molto importante la versatilità. Oggi la gente viaggia di continuo, vuole essere leggera, tutto deve stare in un trolley: quindi ha bisogno di capi e accessori utili in ogni contesto e occasione. Prima del Gommino l’eleganza era divisa in compartimenti stagni, il consiglio d’amministrazione, l’ufficio, il weekend…

G. Dopo il Gommino c’è stato il famoso Winter Gommino, lo stivaletto stringato. Oggi siamo al Red Dot, Punto rosso, che avete incastonato sul tallone, come «firma» per gli intenditori. Una nuova rivoluzione, sempre nel segno del lusso non gridato?
D.D.V. La parola lusso non esiste. Esistono desiderabilità e qualità. Il passo più innovativo è davvero stato lo stivaletto, realizzato con magnifici materiali, i gommini sulla suola e sul tallone. Prima di lanciarlo avevamo costituito un centro di valutazione della qualità molto severo: dalle pelli, selezionate una ad una, a un gruppo di ex dipendenti che li indossava e percorreva sette, otto chilometri al giorno per poi riportare le impressioni a mio padre…
G. Oggi il primo esperto e valutatore di qualità è lei in Tod’s?
D.D.V. Mio padre è stato un maestro per tutti. Oggi io e mio fratello Andrea abbiamo messo il nostro know-how sul Red Dot: è nato così il Pashmy, un camoscio morbido come il cashmere. Ci sono voluti molti mesi di sperimentazione per coniugare lavorazioni ispirate al grande artigianato e l’alta tecnologia delle suole. Il tocco finale, elastici al posto delle stringhe. Il massimo della funzionalità declinata con un’estetica del buon gusto. L’inizio è molto incoraggiante.

G. È questa l’intelligenza artigianale?
D.D.V. Vede, ci sono grandissimi marchi che lavorano con le tecnologie e lanciano prodotti sportivi e basta. Poi ci sono aziende che scelgono prodotti raffinati e si fermano lì. Coniugare i due aspetti è la nostra cifra distintiva.
G. Impresa e responsabilità sociale, un solido principio per il Gruppo Tod’s…
D.D.V. L’azienda deve, prima di tutto, produrre reddito e utili, altrimenti non ci sono margini di libertà. Quando ci sono, una parte del guadagno va destinata per progetti solidali forti.
G. Per esempio?
D.D.V. Nelle Marche, dove siamo nati, c’è un responsabile che verifica quello che si può fare per il territorio. Anche in situazioni di emergenza, come è stato per il terremoto, quando abbiamo agito con il governo, costruendo in 11 mesi una fabbrica.

G. Il Colosseo e il Comune di Milano?
D.D.V. Il Colosseo (sopra) è un ricordo di quando ero piccolo: dopo sei-sette ore in corriera ti svegliavi sotto questo gigante, faceva anche paura. Quando il sindaco di Roma ci chiese se volessimo dare una mano con un pool di aziende per restaurarlo, dopo poche ore, gli abbiamo risposto che l’avremmo fatto, ma da soli. Un’avventura che si concluderà tra pochi mesi con la chiusura ufficiale dei lavori. Il restauro di Palazzo Marino (sotto), sede storica del Comune di Milano, ci è sembrato giusto farlo perché è la città che ci ha accolti nel modo migliore e oggi rappresenta il Made in Italy nel mondo.

G. Come vede il futuro del Gruppo?
D.D.V. Siamo usciti dalla Borsa per poter seguire un obiettivo sfidante con tranquillità e concentrazione: valorizzare singolarmente i quattro marchi, Tod’s, Fay, Hogan e Roger Vivier. L’obiettivo è rafforzarli in modo che esprimano, uno a uno, un valore molto più alto, attraverso una strategia di investimenti importanti. Questo richiede grandi sforzi economici, ma nell’arco di due o tre anni saremo più forti.
G. Per sé, che cosa si augura?
D.D.V. Tempo libero... Ma non ha prezzo.
G. A che cosa non rinuncerebbe mai?
D.D.V. Alla dignità. Il mio motto ha tre D, in quest’ordine: Dignità, Dovere, Divertimento. (Riproduzione riservata)
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