Le mostre di Leandro Erlich sono un invito a sorprendersi e se ne esce con un senso di euforia come quando si racconta
Poetico e spiazzante, Leandro Erlich stupisce e fa sognare il pubblico da decenni, ma preferisce far parlare le sue opere. A Gentleman l’artista argentino si è raccontato con generosità
Poetico e spiazzante, Leandro Erlich stupisce e fa sognare il pubblico da decenni, ma preferisce far parlare le sue opere. A Gentleman l’artista argentino si è raccontato con generosità mentre allestiva le sue mostre italiane aperte fino all’autunno all’UMoCa di Colle di Val d’Elsa e Hybrids allestita nel Negozio Olivetti, capolavoro architettonico di Carlo Scarpa, a Venezia, uno degli Eventi Collaterali ufficiali tra i più visitati della 61ª Biennale Arte di Venezia, aperta fino al 22 novembre.
A proposito dei prossimi appuntamenti con Leandro Erlich segnatevi anche la grande esposizione al Grand Palais, aperta fino al 6 settembre a Parigi. Soprattutto se invece non siete ancora mai riusciti ad arrampicarvi sul suo Bâtiment (2004).
Ricordate la mega installazione allestita per mesi nel cortile di Palazzo Reale a Milano? Sembrava una normale facciata di un palazzo su cui i visitatori venivano invitati a prendere posto: ci si stendeva per terra ma, guardandosi in uno specchio inclinato, si aveva la sensazione di essere appesi nel vuoto sul corpo dell’edificio. Se ne usciva con una foto spiazzante da postare sui social, volendo, ma soprattutto con una sensazione che non faceva che crescere per tutto il percorso della mostra, di euforia. Ecco le installazioni di Erlich, case sospese, nuovle in teche, scalinate senza fine o ascensori che non portano da nessuna parte, hanno tutte in comune questa chiamata alla partecipazione: il visitatore non si sente solo spettatore ma partecipe e ne esce con una sensazione, difficilmente inspiegabile a parole, «di benessere e vivace fervore ideativo, di una maggiore ricettività per gli aspetti belli e favorevoli dell’ambiente», in una parola, appunto, euforia. La stessa di quando lo si ascolta parlare.

1. Gli spazi
Gli spazi che contengono tracce di vita umana. M’interessano meno le architetture spettacolari rispetto ai luoghi che conservano memoria, ambiguità e strati di tempo. Mi piacciono gli spazi incompiuti nell’immaginazione, luoghi che consentono la proiezione. Allo stesso tempo, sono affascinato dagli spazi che destabilizzano la certezza. L’architettura ha il potere di orientarci, ma anche di disorientarci. Molte mie opere iniziano proprio lì: nel fragile confine tra familiarità e estraneità.
2. Gli specchi
Come il labirinto per Borges non era solo architettonico, ma mentale, produce infinite possibilità e vertigini esistenziali. Lo specchio funziona in modo simile: i suoi riflessi aprono uno spazio di dubbio analogo, raddoppia la realtà e, allo stesso tempo, la mette in crisi. Crea incertezza. Ciò che m’interessa non è l’illusione come trucco, ma la percezione come territorio filosofico. Gli specchi mettono a nudo quanto sia instabile il nostro rapporto con la realtà.
3. Il gioco
Da bambino passavo molto tempo a inventare mondi. In un certo senso, faccio ancora la stessa cosa oggi. Penso che il gioco sia un’attività umana molto seria. I bambini accettano naturalmente la coesistenza di realtà e finzione senza conflitti. L’arte può riattivare quello stato. Oggi non «gioco» più nel senso convenzionale del termine, ma continuo a nutrire un profondo interesse per le esperienze che sospendono la certezza: il cinema, la letteratura, le conversazioni, il vagare per le città. Tutte contengono una dimensione ludica.

4. Lo stupore
Spesso nasce da una piccola frattura nella realtà. Un momento in cui l’ordinario diventa improvvisamente strano o poetico. Sono ancora profondamente commosso da certi fenomeni atmosferici: la nebbia, i riflessi nelle finestre di notte, il silenzio dopo la neve, la scala mutevole delle nuvole. Sono anche affascinato da quanto siano fragili le costruzioni umane rispetto al tempo e alla natura. Più che gli eventi spettacolari, ciò che mi riempie di stupore sono i sottili cambiamenti nella percezione, momenti in cui la realtà sembra esitare.
5. La letteratura
È sempre stata essenziale per me. Oltre a Borges, presenza costante, per le sue idee e per la precisione e l’eleganza del suo linguaggio, ammiro Georges Perec, Bioy Casares, Kafka, Calvino, Cortázar. M’interessano gli scrittori che destabilizzano la realtà senza abbandonarla completamente. E la poesia, perché permette all’ambiguità di esistere senza bisogno di risolverla.
6. Camminare e viaggiare
Le città si rivelano in modo diverso quando le attraversi senza una destinazione fissa. Molte idee emergono in questo modo. L’incontro con culture, architetture, lingue e modi di abitare lo spazio diversi rimodella costantemente la mia percezione. Il Giappone ha avuto un impatto molto importante su di me. Lì esiste un rapporto unico tra vuoto, silenzio, raffinatezza e percezione che risuona fortemente con la mia sensibilità. Allo stesso tempo, sono affascinato dalle città in trasformazione, luoghi in cui coesistono temporalità diverse. Come l’India provo un’immensa curiosità per la sua densità di storie, tradizioni spirituali e complessità visiva.
7. Casa
È meno un luogo geografico che una costruzione emotiva. Buenos Aires mi ha plasmato: la sua architettura, la sua malinconia e le sue contraddizioni sono profondamente presenti nel mio lavoro. Montevideo mi ha regalato un altro ritmo di vita, un rapporto più tranquillo col tempo. E Parigi rappresenta una straordinaria densità culturale e un dialogo storico. Forse perché viaggio così tanto, ho finito per sentire che la casa è qualcosa di portatile, costruita attraverso la memoria, le relazioni e certi rituali piuttosto che un luogo fisso. (Riproduzione riservata)
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