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Soft landing o manipolazione dei dati? Cosa nasconde l’apparente crescita Usa e dove investire per proteggersi dal rischio bolle

di Maurizio Novelli (Lemanik)
11 novembre 2024, 00:00 Ultimo aggiornamento: 12:46

Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, spiega perché l’apparenza inganna e l’intenzione dei policy makers di sopprimere il ciclo economico tramite revisioni statistiche e dati gonfiati è ormai una realtà irreversibile. Ecco gli asset su cui puntare | Ricchi con Trump e Musk: dove investire per guadagnare con loro al potere, dal Nasdaq alle utility, dai T-bond ai Btp

La narrazione di consenso che sostiene lo scenario di un soft landing globale nasconde in realtà l’esigenza di sopprimere il ciclo dell’economia e fare in modo che le fasi di recessione non vengano più rilevate nei dati statistici. Molti dati macro pubblicati negli ultimi anni confermano questa ipotesi, secondo Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, e aumentano i dubbi sulla reale situazione dell’economia internazionale. Dal 2020 è aumentata la frequenza delle revisioni di calcolo del pil, in particolare negli Stati Uniti, e si sono accentuate le manomissioni dei dati con l’applicazione di esasperati aggiustamenti di destagionalizzazione. Nonostante alcune economie siano in evidente crisi strutturale (Germania, Regno Unito e Cina), i dati di calcolo del pil dell’economia non hanno mai rilevato cedimenti importanti e le variazioni negative oscillano nell’ordine dello 0,1% - 0,2%. «Gli Stati Uniti pubblicano dati mensili sul mercato del lavoro abbastanza incomprensibili, salvo poi sottoporli a significative revisioni dopo oltre un anno dalla loro pubblicazione, con aggiustamenti negativi che raggiungono quasi il milione di posti di lavoro», osserva Novelli.

Il mese scorso, il dato sulle vendite al dettaglio Usa ha registrato un incremento (destagionalizzato) molto positivo di 0,4% sul mese, ma il dato non destagionalizzato era -7,4%. La crisi della Germania, platealmente evidenziata dai ceo tedeschi e molto documentata nei dettagli, non si rileva nella pubblicazione del pil, che stando alle statistiche ufficiali, si contrae solo dello 0,2%. L’economia della Gran Bretagna non ha subito apparentemente alcun danno significativo dall’aumento dei tassi, dalla crisi dei fondi pensione, dalla Brexit e dalla delocalizzazione finanziaria. Sulla Cina non c’è molto da aggiungere a quello che già si sapeva da tempo, mentre sugli Stati Uniti si può solo constatare che il boom economico  non sembra essere percepito dalla popolazione americana. «È la prima volta, infatti, che un’amministrazione con risultati economici fantastici perde le elezioni. Anche la riduzione dei tassi da parte della Fed lascia molto perplessi, dato che, secondo i dati ufficiali, non avrebbe dovuto essere fatta», indica Novelli.

Perché la Fed mantiene le riserve bancarie a 3,5 trilioni contro una media di 1,5 trilioni

Gli interventi di salvataggio hanno occultato le vulnerabilità, rinviato le insolvenze ma non hanno modificato i fondamentali. Nonostante la forza superficiale che appare nei dati macro dell’economia americana, è alquanto strano che la Fed, impegnata formalmente nella lotta all’inflazione, abbia mantenuto le attuali riserve bancarie nel sistema a 3,5 trilioni contro una media di 1,5 trilioni degli ultimi dieci anni, nettamente superiori a quando il sistema era supportato dal Qe. Perché un tale livello di liquidità al sistema bancario se poi le banche non aumentano gli impieghi e avresti dovuto ridurre lo stock di liquidità nel sistema per contenere una inflazione rampante? Negli ultimi mesi, grazie a tali riserve in eccesso, le grandi banche americane hanno acquistato titoli del debito pubblico per un importo di quasi 500 miliardi di dollari, mentre il quantitative tightening della Fed si è praticamente fermato. In sostanza, spiega il gestore, «sembra che sia ripartito un quantitative easing attraverso il sistema bancario, supportato dalla liquidità fornita dalla Fed alle banche». Questo tipo di supporto straordinario di liquidità, attraverso canali non visibili al grande pubblico, «conferma, quindi, una fragilità di fondo di un sistema che pubblica dati macro apparentemente solidi, ma continua a richiedere un supporto monetario e fiscale. Mentre la percezione degli operatori finanziari è accecata dall’andamento dell’indice S&P500, non sorprende che la percezione degli operatori economici e dei consumatori sia diametralmente opposta e che Trump, che evidenzia una richiesta di cambiamento, abbia vinto le elezioni», aggiunge Novelli.

La manipolazione dei dati

Leggendo nelle pieghe più nascoste, si scopre, dunque, che l’apparenza (come al solito) inganna e l’intenzione dei policy makers di sopprimere il ciclo tramite revisioni statistiche e dati gonfiati è ormai una realtà irreversibile. Ma tali politiche, continua Novelli, non sono più in grado di produrre crescita reale, salvo con la manipolazione dei dati, poiché il moltiplicatore fiscale e monetario è ormai compromesso da due fattori: il colossale stock di credito speculativo insolvente in circolazione che assorbe in modo improduttivo la liquidità che immetti e il debito pubblico improduttivo che serve a erogare sussidi a chi non regge questo modello di sviluppo (il 40% della spesa pubblica Usa per il 25% della popolazione americana). Per cercare di compensare l’attuale incapacità del sistema di creare e distribuire in modo diffuso reddito e ricchezza tramite la crescita, i policy makers stanno cercando di farlo attraverso la rivalutazione degli asset finanziari, «pensando che la finanziarizzazione dell’economia possa compensare la caduta dei redditi reali e fornire un canale alternativo di creazione dal nulla di ricchezza. Purtroppo tale strategia non è sostenibile», avverte Novelli, «ci espone a rischi di instabilità finanziaria e accentua la disuguaglianza, dato che le fasce medio basse della popolazione non hanno asset finanziari tali per beneficiare delle bolle speculative, e in caso di scoppio delle bolle, sono quelli che inevitabilmente pagano il conto più salato per la crisi che ne consegue. Quindi, è certo che le spinte populiste sono destinate a crescere ovunque nel mondo e questo fenomeno continuerà a richiedere un’esplosione del debito pubblico per controllare, attraverso sussidi e bonus, il dissenso sociale». 

Dove investire in un contesto dove apparenza e realtà sono contrasto

In questo contesto, dove apparenza e realtà sono ormai in evidente contrasto, l’oro è destinato a proseguire il rialzo e a posizionarsi come una asset class che in qualche modo dovrà essere presente nel portafoglio degli investitori, anche se al momento non sembra che il consenso abbia compreso il reale motivo del suo rialzo, che non è legato solo all’inflazione ma soprattutto al futuro ruolo del dollaro, alla monetizzazione del debito come soluzione di tamponamento e alla tenuta dell’architettura finanziaria basata sul dollar standard.

Per quanto riguarda i bond, sarà abbastanza difficile per le banche eentrali controllare la curva nella parte lunga delle scadenze, anche se i tentativi attualmente in corso verranno intensificati. «Credo che una posizione remunerativa potrebbe essere quella di implementare una posizione long Bund 10 anni e short Treasury Usa 10 anni, dato che i titoli del Tesoro degli Stati Uniti sono molto più esposti a politiche reflazionistiche. In ogni caso non sono positivo sui Treasury americani», suggerisce Novelli.

Mentre un’area dove la soppressione del ciclo non potrà essere nascosta sarà nei profitti delle società quotate che avranno una tendenza negativa e dove si accentuerà ulteriormente la concentrazione della redditività in solo pochissimi titoli. Tuttavia, comincia a trapelare in modo evidente, la tendenza a cercare di tassare sempre più il capitale per cercare di far fronte al debito pubblico richiesto per contenere le spinte populiste. «Credo che tale tendenza si accentuerà in modo particolare se la stagnazione (detta soft landing), come credo, sarà permanente», precisa l’esperto di Lemanik. Nuove imposte su successioni, real estate, private equity, capital gains e buy back verranno via via implementate e questo avrà un impatto sulla redditività del capitale che andrà a penalizzare l’attuale ondata di speculazione finanziaria».

Il dollaro rimane un tassello fondamentale per la tenuta del sistema americano, ma per reggere ha bisogno un livello di tassi d’interesse che il sistema non può pagare. Attualmente gli Stati Uniti hanno accumulato il più grande assorbimento di risparmio estero dagli anni venti. La differenza sostanziale è che negli anni venti l’America aveva un avanzo commerciale e un debito pubblico pari al 20% del pil. I fondamentali erano, dunque, molto forti, ma nonostante tutto questo gli Stati Uniti hanno subito la crisi del 1929. La posizione debitoria netta è, oggi, invece pari al 90% del pil, siamo con il debito pubblico e privato al record storico e tutto il leverage Usa dipende prevalentemente dal risparmio estero. Solo le posizioni d’investimento long su equity Usa da parte di non residenti è pari a 16 trilioni di dollari (il 70% del pil), una parte preponderante dei corporate bond (30%) è detenuta da investitori esteri. «Il dollaro si è rivalutato per questo colossale flusso di capitali e l’intero sistema Usa è ora e più che mai esposto a rischi di deflussi di capitale se le cose dovessero mettersi male. Il fatto che Trump abbia accennato a eventuali sanzioni sui paesi che riducono le riserve monetarie in dollari, sebbene difficilmente praticabile, evidenzia la criticità di un sistema che non ha margini di errore», avverte Novelli.

Questo vuol dire che per mantenere l’attuale status quo di stagnazione o soft landing, indipendentemente da come lo si vuole chiamare, yen ed euro devono mantenere lo status di divise di carry trade. La minaccia di dazi Usa sull’Europa accentuerà la delocalizzazione produttiva in America e non farà che accentuare la deindustrializzazione Ue. «Il risultato di questo meccanismo è la condanna alla stagnazione per Europa e Giappone, che per motivi geopolitici sono obbligati a sottostare alle esigenze americane per sostenere il dollaro. La Cina, nonostante i problemi, sta invece aumentando l’interscambio commerciale con le economie emergenti e cerca di sottrarsi lentamente al legame economico e finanziario con gli Stati Uniti, indirizzando più risorse in Asia e meno sui Treasuries. I cinesi hanno capito che è necessario il decoupling dagli Stati Uniti e che la guerra commerciale e geopolitica è su una strada irreversibile. Anche il Giappone ha iniziato a evidenziare che il sistema scricchiola e le recenti notizie politiche di cedimento del partito di governo lo confermano. Il principale problema connesso alla soppressione del ciclo è che, mentre una recessione e la crisi conseguente ti impone di fare delle riforme strutturali per poi ripartire, con la costruzione di un soft landing cerchi di perseguire l’obiettivo di non cambiare nulla e mantenere lo status quo. Il problema di fondo è che questo status quo si basa su una insostenibile distribuzione dei profitti. Non è lontano il momento in cui sarà necessario modificare tale distribuzione perché il sistema non la può reggere. Il problema è che a quel punto l’intera impalcatura su cui oggi è appoggiato il sistema finanziario americano sarà sottoposta a uno spiacevole e significativo reset. Gli analisti che vedono l’indice S&P500 a 2500 punti si basano probabilmente su tale ipotesi. Le politiche fiscali e monetarie possono ritardare gli eventi ma la loro efficacia si riduce progressivamente per i motivi che ho indicato. Il reset puavò venire da eventi top down: scoppio delle bolle finanziarie o da eventi bottom up: instabilità sociale. Il problema è che tali eventi sono tra loro interconnessi e uno non esclude l’altro», conclude Novelli. (riproduzione riservata)



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