Liquidità abbondante, piani industriali in arrivo e una digitalizzazione che promette efficienza ma apre interrogativi sul lavoro. Nell’intervista rilasciata a Class Cnbc, il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, traccia un bilancio del 2025 bancario, segnato da utili elevati, operazioni straordinarie e da un risiko che ha intrecciato finanza, politica e interventi istituzionali come il golden power.
Risposta. È stato un 2025 fortunato, soprattutto grazie alla politica dei tassi della Bce che ha riempito di liquidità i bilanci, spingendo molte banche all’m&a. Un anno favorevole più per i tassi che per la capacità manageriale. La grande liquidità è stata determinante.
R. Sono intervenuti fattori esterni al mondo finanziario, inclusa la politica. Se alcune operazioni fossero andate diversamente, temi come il golden power forse non si sarebbero nemmeno posti. Questione di coincidenze e intrecci. Se per esempio Unicredit avesse portato a buon fine l’operazione Commerzbank, molto probabilmente la questione del golden power non si sarebbe neppure posta. Tutto questo ha prodotto la confusione che ora tiene banco.
R. Penso che abbia fatto bene Intesa Sanpaolo a stare alla finestra aspettando tempi migliori. Non è soltanto una questione di antitrust c’è stata una visione lungimirante da parte di Carlo Messina che non è intervenuto in questioni probabilmente non chiare fin dall’inizio. Vedremo come finiranno la partita di Unicredit in Germania e altre dinamiche rilevanti in Italia. A noi interessa soprattutto che non ci siano bagni di sangue sugli esuberi: chi esce va sostituito. Vogliamo anche conferme sui contratti a termine: non è vero che tutte le banche assumono solo a tempo indeterminato.
R. I numeri fanno la differenza e aiutano a capire quanto vada in profondità la politica della Banca Centrale Europea nel settore bancario italiano. Nel 2012 in Italia c’erano 31 gruppi bancari; oggi sono 11: otto in Abi e tre in Federcasse, con le banche di credito cooperativo. Una riduzione di oltre il 50%. La semplificazione voluta dalla Bce sta andando a buon fine: fattore rilevante perché riduce anche gli spazi d’intervento della politica.
R. Dal 3 al 5 marzo ci sarà il Consiglio nazionale con esperti e responsabili del personale: vogliamo raccontare noi la banca digitale, non farcela raccontare dalle banche. La digitalizzazione deve essere davvero un’opportunità per mantenere l’occupazione e migliorare consulenza e professionalità. Se diventa solo uno strumento per tagliare, il rischio di scontro è reale.
R. Il modello Revolut non ci piace: poche persone e tanti conti, aggressivo e socialmente poco sostenibile. Preferiamo una banca presente sul territorio, con consulenza vera e contatto umano. Le banche possono raccontare quello che vogliono, ma la digitalizzazione non deve servire soltanto ad abbattere i costi: più dividendi agli azionisti e stabilità dei vertici.
R. Incide: per la prima volta dal 1940 la politica ha puntato i piedi e sta avendo il sopravvento sulla finanza. Eppure ci sono altri settori che guadagnano molto e non sono stati coinvolti. È stata una scelta politica e ha introdotto un principio che difficilmente non verrà ripetuto.
R. Banche e assicurazioni generano molti guadagni: spesso l’m&a serve ad aumentare la rete per distribuire meglio prodotti finanziari e assicurativi che rendono più di prestiti e mutui. Se nel settore assicurativo prevalessero modelli diversi, ci sarebbero ritorni anche in termini di sostenibilità.
R. La sicurezza nella banca digitale: sicurezza informatica, dati, sistemi. Oggi molte grandi società digitali non danno risposte concrete. (riproduzione riservata)