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Si rischia una patrimoniale? Per evitarla bisogna favorire gli investimenti equity nell’economia reale  

Si rischia una patrimoniale? Per evitarla bisogna favorire gli investimenti equity nell’economia reale  

di Claudio Scardovi*
23 novembre 2022, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:53

Se potessimo chiedere ai risparmiatori Italiani: «Chi vuol essere milionario?» e anche «Chi vorrebbe una tassa patrimoniale?», le risposte che otterremmo sarebbero ragionevolmente scontate. Meno scontate sarebbero invece le risposte alle domande (simili, ma più articolate): «Chi vuol essere milionario… in uno scenario iper-inflattivo?» e anche «Chi vorrebbe una tassa patrimoniale al 6%, al posto di un’inflazione al 12%?». Esiste infatti una semplice strategia per soddisfare interamente le ovvie preferenze degli Italiani rispetto al primo set di domande, ma la stessa non appare più come quella giusta (e niente affatto equa), se solo consideriamo le risposte possibili al secondo set di domande.

Vogliamo tutti essere milionari? È sufficiente stampare moneta e promuovere politiche monetarie (e fiscali) lassiste, inflazionando il valore dei beni e servizi che potremmo comprarci (e in minor misura) il nostro stesso reddito salariale, risolvendo (a spese degli incauti investitori) il problema del debito pubblico, che si deflaziona, come sta succedendo già ora, nei termini del suo potere d’acquisto. Ci interessa essere milionari in un mondo in cui i prezzi crescono a doppia o tripla cifra come già successo in Italia nel 1947? Dipende… diventa la risposta giusta (in termini utilitaristici e meramente finanziari). E certamente «No»… a livello di sistema e di impatti economico sociali. Così pure, preferiamo una tassa patrimoniale che ci tassa, togliendoci il 6% delle nostre ricchezze finanziarie, o un’inflazione al 12% che, riferita alla nostra base di risparmi (in Italia, dato il totale di 5.256 miliardi di euro, ne abbiamo circa la metà – 2.600 – investiti in liquidità, buoni postali infruttiferi e Titoli di Stato che subiscono linearmente la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione)? Dipende… diventa la risposta più corretta. E nuovamente «No»… a livello di credibilità, sia di natura finanziaria che politica.

Per quanto controintuitivo, meglio piuttosto essere tassati tutti, equamente e trasparentemente, che subire una tassa (l’inflazione) iniqua e subdola che si abbatte soprattutto sui più poveri e sui più deboli, generando peraltro effetti a catena devastanti sull’allocazione delle risorse e sul funzionamento dei mercati. Sarebbe davvero tanto diverso prelevare nottetempo dai nostri conti correnti una tassa una tantum (come fece l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato nel 1992), piuttosto che lasciare all’inflazione fare lo stesso, sia pure in modo meno subitaneo e visibile, nonché solo più apparentemente innocente?

Che l’ultima emissione dei Btp Futura (indicizzati all’inflazione) abbia realizzato un collocamento record pari a oltre 13 miliardi di euro e con una riduzione dello spread Btp-Bund ci conforta come risparmiatori e come cittadini. Ci conforta meno la confusione tra il tasso, molto elevato, ipotizzato (rendimenti anche al 9-10%) che attraggono tutti i nostri risparmi verso questa unica fonte di impiego (il cui rendimento lordo è invece pari a solo l’1,6%), di fatto spiazzando (per motivazioni errate) le risorse finanziarie che, per il bene dei risparmiatori e del Paese (e del suo stesso debito pubblico) dovrebbero piuttosto essere anche veicolate verso investimenti a titolo di capitale proprio e non di debito e nell’economia reale del Paese.

Se vogliamo davvero diventare milionari (in valore reale - e non meramente nominale, con prezzi al consumo pure milionari) ed evitare tasse patrimoniali (direttamente pagate come tali o indirettamente subite tramite l’inflazione) ricordiamoci di alcune semplici, intuitive e genuine verità. La prima, «solo l’equity scaccia il leverage»: ovvero, se vuoi ridurre l’indebitamento devi investire capitale proprio; e se vuoi ridurre il debito pubblico, evitando nuove tasse, devi agire sulla crescita, che impatta positivamente sul gettito erariale, oltre che sul denominatore del rapporto debito pubblico/pil.

La seconda, «solo la produttività (reale) si rimangia l’inflazione (nominale)»: anche perché le soluzioni alternative (politiche monetarie restrittive) rischiano di creare più danni che benefici - non indirizziamo gli errori di politiche monetarie passate con altri errori di politica monetaria, sia pure di segno opposto! La terza, «l’interesse del Paese parte da quello del suo cittadino», che dovrebbe contemplare anche un investimento equity nell’economia reale del suo Paese e con rendimenti netti (grazie alla fiscalità Pir Alternative) target del 15-25% (a prezzi costanti – questo il rendimento medio del private equity in Italia negli ultimi 3-10 anni, secondo Aifi).

Questi investimenti equity, dalla redditività attesa molto elevata, contribuirebbero inoltre alla diversificazione del portafoglio e alla sua capacità di difesa anti-inflattiva – un’ottima alternativa rispetto alla liquidità lasciata a giacere quale vittima inerte sui conti correnti. Perché se è certamente vero che in economia «non esistono pasti gratis» e in finanza «non esistono arbitraggi privi di rischio» è pure altrettanto vero che l’ignoranza alla lunga non paga mai, tipicamente ti fa perdere denaro ed è ancora più riprovevole quando perseguita o supportata dai policy-maker. La accendiamo? (riproduzione riservata)

*fondatore e ceo di Hope Sicaf



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