
Un forte mercato dei capitali può dare un contributo all'uscita dalla crisi o dobbiamo abituarci allo scenario di una nuova normalità?
Ci sono, infatti, nello scenario attuale almeno tre fattori per i quali parlare di crisi è un po' controvertibile. Il primo: la tecnologia si muove velocemente e porta con sé nuovi stimoli, nuovi prodotti, nuove imprese, nuove opportunità; al contempo determina l'invecchiamento e l'obsolescenza di altri. Il secondo: il diverso «momento» dei diversi Paesi del mondo rispetto al percorso delle economie occidentali: molti Paesi stanno crescendo, altri declinando. Il terzo: l'interazione alla quale ogni attore nell'attuale sistema economico e sociale è esposto non ha confini, né limiti, né è soggettivamente o oggettivamente arginabile .
Perciò forse è tempo che iniziamo a considerare il mercato dei capitali per quello che veramente è nella sua genetica natura: un «allocatore fluido» di risorse, libero di muoversi velocemente e senza barriere, anche privo di una definitiva identità nazionale, anticipatore di opportunità di rendimento.
Ergo: sono le opportunità di rendimento che attraggono capitali e che consolidano il mercato dei capitali. E' evidente il fatto che tali opportunità siano riconducibili alla presenza di imprese ed asset dotati di «potenzialità»: chi investe compera o vende oggi alla luce delle ipotesi possibili relativamente ad un momento futuro: un'ora dopo o domani o tra un anno in funzione della «longevità» di tali potenzialità.
Perciò sono da incoraggiare tutti i fattori che favoriscono la nascita e lo sviluppo delle imprese e che spingono il mercato dei capitali ad essere un allocatore trasparente di lungo termine piuttosto che uno speculatore di breve termine:
1. Uniformarsi a regole comuni e condivise a livello sovranazionale relativamente al mercato ed ai suoi operatori (vogliamo o no superare i tempi nei quali si demanda alle normative il ruolo di proteggerne o minarne la competitività relativa tra Paesi?), l'omogeneità sostanziale della normativa di riferimento è il primo fattore di trasparenza del mercato,
2. Coordinare le possibilità operative dei diversi operatori sul mercato perché il loro intervento risulti sinergico: alcuni di essi dispongono di ingenti risorse che potrebbero essere investite con comune vantaggio delle target e degli investitori, ma che non possono essere destinate senza incorrere in pesanti penalizzazioni (si pensi soltanto al fatto che l'investimento in un fondo di private capital da parte di un intermediario finanziario comporta ulteriormente un assorbimento di patrimonio di vigilanza),
3. Definire nuove modalità di interazione tra operatori pubblici e privati: quali sono i loro rispettivi diritti e doveri, quale ambito del diritto (pubblico o privato?) è applicabile nella regolazione delle loro interazioni. Sarà esiziale in futuro risolvere questi temi, tanto più alla luce delle significative opportunità che anche in Italia si stanno profilando grazie alla presenza di operatori come Cdp, dotati di grandi risorse e competenze,
4. Stimolare fattori e condizioni abilitanti favorevoli alla competitività delle imprese e dei contratti, che sono il necessario sottostante del mercato dei capitali. In Italia mancano le grandi imprese, ma più che altrove il contesto economico è permeato da una imprenditorialità diffusa che alimenta la nascita di nuove imprese che, come tutti i neonati sono piccole, ma devono crescere e possono farlo se trovano condizioni idonee. Ricerche empiriche sul tema dimostrano che tra i fattori che riducono la propensione alla crescita vi sono la scarsa mobilità delle risorse, la fiscalità e la complessità dell'apparato burocratico pubblico.
5. Favorire fattori e condizioni abilitanti favorevoli all'attività degli operatori finanziari: essi sono il motore del mercato dei capitali che si rafforza se aumenta la specializzazione degli operatori in ciascuno specifico comparto del mercato, così come allorché aumentano le masse movimentate .
Occorrono infine una migliore «educazione» finanziaria ed una autentica sensibilità alla sostenibilità: generare «smart capital» per alimentare il mercato. Non sono solo le regole (e soprattutto troppe regole) che garantiscono l'efficienza, l'affidabilità e la trasparenza dei mercati finanziari, ma altresì un contesto animato da operatori consapevoli, predisposti ad una selezione orientata allo sviluppo reale del sistema e motivati da obiettivi «moderati», che non significa modesti, ma coerenti con le potenzialità reali di ogni specifico investimento. La moderazione è una virtù che andrebbe compresa e praticata perché le singole economie del mondo globale sono cicliche e non in perpetuo moto espansivo.
In questi anni si è aperta la caccia all'unicorno : i multipli sono aumentati a dismisura ingenerando negli startupper di tutto il pianeta aspettative stellari. Oggi i multipli stanno flettendo perché gli investitori si sono accorti che «l'unicorno ex ante» è spesso unpony ex post», e, mi piace pensare, perché si sono anche accorti che mere aspettative finanziare tradiscono se stesse e che generare valore per il singolo presuppone generare valore per il sistema nel suo complesso, andando a caccia di imprese destinate ad essere «longeve» e di startupper desiderosi di diventare veri imprenditori, per esempio. (riproduzione riservata)
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