
Il copione si sta ripetendo: nella campagna elettorale che è partita per accompagnarci al voto del 25 settembre, come in quelle che l'hanno preceduta, compaiono molte promesse (di politica sociale, economica e internazionale) ma non c'è spazio per i temi del risparmio. Una dimenticanza o una scelta? Più che una forma di riconoscimento dell'autodeterminazione del mercato - anche se un sistema regolatorio è pur sempre necessario per favorirne lo sviluppo e garantirne la trasparenza - l'assenza del tema nella campagna elettorale sembra dovuta più alla sottovalutazione di quanto il risparmio sia importante nella vita quotidiana degli italiani.
Tutti riconoscono al nostro Paese una grande capacità di risparmio: qualora servisse una conferma ufficiale a offrircela è una fotografia della Banca d'Italia che nel maggio di quest'anno ha calcolato in oltre 1.500 miliardi le somme che le famiglie e le aziende italiane hanno depositato su conti infruttiferi, quindi non investiti, negli istituti di credito. Una massa di liquidità in aumento, malgrado il lockdown del Covid 19 e la guerra in Ucraina, se è vero che la quota di questa montagna depositata dalle famiglie è aumentata in un anno di 105 miliardi. Anche se l'impennata dell'inflazione sembra rallentare il tasso di crescita assoluto del risparmio, non è così per quello percentuale sul reddito disponibile.
La stagione sembra propizia per una riflessione sulla possibilità che almeno una parte di questa liquidità disponibile possa sostenere lo sviluppo dell'economia reale. Il terzo rapporto Censis-Assogestioni «Investire di più, investire nell'economia reale» ci consegna la recente istantanea di un quinto dei risparmiatori «intimorito» e pronto ad aumentare ancora la quota di risparmio non investita di fronte alle fibrillazioni dei mercati finanziari ma nello stesso tempo la metà degli stessi risparmiatori si dichiara pronta a scongelare almeno una parte della liquidità per un ritorno agli investimenti.
Le delusioni degli ultimi due anni sui mercati finanziari stanno aumentando la sensibilità dei risparmiatori italiani al tema dell'investimento nell'economia reale (anche delle piccole e medie imprese), in prospettiva più attraente dei titoli di Stato e dello stesso mattone. Gli strumenti finanziari che potrebbero rendere funzionale questo raccordo tra risparmio ed economia reale dovranno necessariamente essere semplici e non penalizzanti. L'esperienza dei Pir (piani individuali di risparmio) che presentano un bilancio ancora insufficiente rispetto alle aspettative iniziali - 30 miliardi la raccolta totale - dimostra la difficoltà di questo percorso: ci sono voluti cinque anni per rendere con provvedimenti legislativi più coerenti le limitazioni dimensionali all'investimento mentre permane qualche perplessità sulla struttura dei costi e sulla misurazione del rendimento in relazione ai risultati delle aziende destinatarie dell'investimento.
Più in generale è ancora troppo basso il risparmio gestito investito nelle imprese italiane, visto che solo il 5% dei fondi detiene azioni e bond di società non finanziarie. Non è solo colpa dell'industria del risparmio ma anche delle stesse imprese che, quando non quotate e soprattutto quando hanno le dimensioni di pmi, preferiscono l'autofinanziamento all'apertura del mercato. Forse non guasterebbe, nell'ambito imprenditoriale, un più convinto processo di formazione finanziaria che porti a considerare l'adozione di strumenti finanziari negoziabili e liquidi come un'opportunità di crescita trasparente e non come un'intrusione nella gestione aziendale.
Sul fronte della borsa italiana è sintomatica ma non sorprendente la decisione di lasciare il listino italiano da parte di società finanziarie e industriali che pure hanno contributo a scrivere la storia della nostra economia. Quando si sceglie un'altra piazza finanziaria le ragioni possono molteplici, dalla convenienza fiscale al «contesto» e all'efficienza del sistema giuridico e amministrativo. Un solo sistema fiscale europeo capace di neutralizzare il rischio di questi abbandoni certamente non è imminente e allora occorre riflettere, come ha chiesto con convinzione il presidente dell'Abi Antonio Patuelli, sulla necessità di ridurre il carico delle imposte sul risparmio italiano oltre che di attenuare i costi occulti ma altrettanto pesanti della burocrazia e della lunghezza giudiziaria.
Messaggi precisi rivolti alla politica. Di fronte a questi segnali è ancora più sorprendente il silenzio della campagna elettorale sul risparmio. (riproduzione riservata)
* partner dello studio legale Orrick