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Più capitali nelle pmi italiane

Più capitali nelle pmi italiane

di Angelo Deiana
MF - Numero 180 pag. 8 del 14/09/2022

In un mondo a rete - nota Deiana - non sono le grandi imprese a condurre la danza dell'innovazione quanto piuttosto le piccole che diventano medie e hanno sempre più bisogno di attrarre investimenti. Il presidente di Confassociazioni Angelo Deiana aderisce all'iniziativa sul mercato finanziario

MF-Milano Finanza per salvare l’Italia. I punti dell’appello lanciato da questo giornale il 6 agosto: 1) Un grande mercato italiano dei capitali; 2) Il risparmio degli italiani investito in Italia; 3) Uno sviluppo del pil che taglia anche il debito. Dopo Orsi & Tori di sabato 6 agosto questo giornale lancia una grande campagna di sensibilizzazione sui temi legati al risparmio, alla Borsa e al rilancio dell'Italia.

Ne siamo tutti consapevoli. Uno dei problemi della nostra economia è il dimensionamento imprenditoriale in un mondo a rete in cui ci sono settori che per essere competitivi devono essere immensamente grandi (banche, infrastrutture, sistemi farmaceutici, automobilistici, aeroportuali).

La realtà produttiva italiana invece è esattamente l'opposto: la grande impresa non esiste quasi più, ma è rimasto un tessuto di piccole e medie imprese (pmi) con caratteristiche adatte per il futuro ma che fatica a svilupparle perché ha una grande competenza commerciale e tecnica ma esporta «quasi per caso», perché qualcuno domanda il prodotto e non perché abbia le competenze giuste per trasformare la rete del Mondo 5.0 da mercato di sbocco a strategia.

Ma un ulteriore punto fondamentale è la mancanza cronica di capitali e il ricorso continuo alla leva bancaria. A parità di dimensioni medie (fatturato, dipendenti, ricavi), le nostre pmi fanno impresa con il 17% di capitale proprio, mentre in Usa e Regno Unito si ha una media del 70%, e gli altri Paesi Ue si collocano intorno al 40%. Per questo la Borsa Italiana non rappresenta affatto la forza della nostra economia.

Perché gli italiani non investono nelle proprie aziende? Le ragioni sono diverse: da quelle storiche (i rendimenti dei titoli pubblici del XX secolo hanno creato una sorta di magia: ti sembra di essere più ricco, ma l'inflazione si mangia tutto il rendimento), fino ad arrivare al fatto che i nostri connazionali non si fidano del ruolo dello Stato nell'assicurare giustizia civile e penale sul piano economico.

D'altra parte, in passato, la carenza di capitale di rischio era più che compensata dalla disponibilità di credito bancario a prezzi competitivi grazie all'elevato tasso di risparmio degli italiani. Purtroppo, la situazione è cambiata radicalmente. Il sistema bancario italiano si trova oggi in una situazione patrimoniale e reddituale che si riverbera sulla disponibilità a finanziare le imprese anche solo rinnovando linee di credito esistenti.

Bisogna trovare strade diverse. La legislazione ha recentemente istituito i Pir (Piani Individuali di Risparmio) e gli Eltif (European Long Term Investment Funds), fondi dedicati all'economia reale vincolati a investire sugli strumenti finanziari delle nostre pmi. Ma per poter usufruire di questi capitali le pmi dovranno quotarsi, crescere, emettere mini-bond. Imparando, nel contempo, a fare business plan pluriennali, ad attrarre manager competenti, ad avere consigli di amministrazione che esprimano competenze anche al di fuori della famiglia.

Perché il vero orizzonte da perseguire è quello di aumentare gli orizzonti di crescita finanziaria e dimensionale delle pmi. In un mondo a rete e a galassia, non sono le grandi imprese a condurre la danza dell'innovazione quanto piuttosto le piccole che diventano medie, o vengono comprate dalle grandi che non riescono più a fare la trasformazione di business che vorrebbero.

Senza poi dimenticare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dove gli investimenti pubblici dovranno essere affiancati anche da quelli privati in logica di partenariato. I 191 miliardi del Pnrr dovranno avere il supporto dello straordinario risparmio privato degli italiani con una leva di ulteriori 150-200 miliardi di euro. A essere prudenti.

Ma, per raggiungere tali risultati, sarà necessario comprendere che è finita l'era dei grandi Qe sistemici e pandemici che, per quanto con finalità importanti pro-tempore, hanno comunque drogato il mercato degli investimenti e dei relativi rendimenti reali. Di conseguenza, ogni progetto andrà ancorato a parametri stringenti. Per questo le nostre pmi saranno prima o poi costrette a uscire dal cortile della leva bancaria e della sottocapitalizzazione, per andare verso la leva finanziaria ed equilibri patrimoniali e reddituali di lungo periodo.

Tutto questo potrebbe generare un più forte sviluppo del nostro mercato dei capitali con l'investimento diretto in Italia del nostro risparmio, e una conseguente crescita del pil che potrebbe rendere molto più sostenibile e appetibile il nostro debito pubblico. (riproduzione riservata)

*presidente Confassociazioni



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