Il tumore al pancreas costituisce la quarta causa di morte per neoplasia nei Paesi occidentali ed è, purtroppo, destinato a diventare la seconda entro il 2030. L’incremento della patologia ha cause multifattoriali quali uno scorretto stile di vita, l’alimentazione non equilibrata, l’esposizione ad agenti inquinanti come il fumo, oltre alla componente genetica presente nel 10% dei casi. L’Irccs Istituto clinico Humanitas, con il supporto di Fondazione Humanitas per la ricerca, è impegnato sul fronte degli studi sia per intercettare la malattia in fase molto precoce, sia per sfruttare al meglio la tecnologia più all’avanguardia per migliorare gli approcci diagnostici e terapeutici.
«Oggi sappiamo che alcune categorie di persone sono più a rischio di sviluppare il tumore del pancreas perché appartengono a famiglie dove sono presenti più casi di questa neoplasia, o perché sono portatori di mutazioni coinvolte nello sviluppo del tumore», spiega la dottoressa Silvia Carrara, responsabile del programma di ecoendoscopia dell’Irccs Istituto clinico Humanitas e docente di Humanitas University. Un recente studio pubblicato sulla rivista The American journal of gastroenterology, al quale ha partecipato Humanitas, ha dimostrato l’importanza di uno stretto monitoraggio con risonanza magnetica ed ecoendoscopia delle persone a rischio, con predisposizione genetica o famigliarità, per favorire una diagnosi molto precoce e migliorare la sopravvivenza dei pazienti. La sorveglianza così condotta per 3 anni su 154 persone ha infatti permesso di individuare 8 adenocarcinomi del pancreas e una lesione premaligna. Di questi 8 pazienti con tumore, 5 erano portatori di mutazioni a livello di geni coinvolti nello sviluppo di tumore del pancreas, le cosiddette varianti patogenetiche. Inoltre, 5 degli 8 casi erano operabili alla diagnosi e addirittura 3 sono stati diagnosticati in fase molto precoce (fase 1).
Nella ricerca di Humanitas si sta facendo ampio uso anche dell’intelligenza artificiale, per esempio per meglio definire le terapie. «Il nostro obiettivo è quello di migliorare la nostra attuale capacità di predizione pre-operatoria, così da poter valutare con maggior precisione, per il singolo paziente, la probabilità di comparsa di complicanze post-intervento e la loro gravità, e mettere in atto provvedimenti per limitarle», afferma il dottor Giovanni Capretti, ricercatore e chirurgo generale specializzato in patologia pancreatico-duodenale presso l’istituto Humanitas. «Per farlo utilizziamo algoritmi di intelligenza artificiale applicati ai dati clinici e agli esami di imaging pre-intervento, come la tomografia computerizzata. Siamo convinti che grazie all’AI potremo in futuro ottimizzare il percorso di diagnosi e trattamento del singolo paziente, che potrebbe in alcuni casi, ad esempio, anche non richiedere l’intervento chirurgico ma solo trattamenti radio o chemioterapici». (riproduzione riservata)