L’osteoporosi è una malattia sistemica dell’apparato scheletrico che colpisce in Italia circa 5 milioni di persone, di cui l’80% sono donne in post menopausa. Per contrastare la sua forma grave oggi è disponibile Romosozumab, un innovativo anticorpo monoclonale che è stato al centro della discussione durante il dodicesimo congresso Cuem-Clinical Update in endocrinologia e metabolismo che si è svolto nei giorni scorsi a Torino.
Il farmaco, di cui Aifa ha approvato la rimborsabilità nel novembre scorso, si lega alla proteina sclerostina, stimola la formazione ossea e diminuisce il riassorbimento osseo. La sclerostina viene prodotta dagli osteociti e ha il compito di inibire l’attività degli osteoblasti, le cellule deputate alla produzione di osso. Bloccarla significa quindi favorire la produzione ossea. Al contempo, Romosozumab contrasta gli osteoclasti, le cellule che tolgono massa all’osso. Una dose di terapia consiste in due iniezioni, una immediatamente successiva all’altra, somministrate una volta al mese da un operatore sanitario. La sua sicurezza ed efficacia sono state verificate in due studi clinici che hanno coinvolto oltre 11mila donne con osteoporosi post menopausale. Nel primo studio, dopo solo un anno di trattamento, si è potuto osservare come il rischio di nuove fratture vertebrali sia stato ridotto del 73% rispetto al placebo. «Romosozumab è la prima terapia per l’osteoporosi con un vero doppio meccanismo d’azione», ha affermato il professor Andrea Giustina, direttore dell’Istituto di scienze endocrine e metaboliche dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Somministrato in un solo anno, principalmente a causa della rapidità della sua attività anabolica, fornisce guadagni di densità minerale ossea maggiori rispetto a qualsiasi altro agente e riduzioni di fratture sia vertebrali sia cliniche entro un anno». L’uso del farmaco risulta quindi particolarmente consigliato nel trattamento di pazienti ad altissimo e imminente rischio di fratture.
Durante il congresso si è inoltre parlato degli ultimi, interessanti effetti protettivi extra-scheletrici della vitamina D. Uno studio australiano pubblicato sul British Journal ha indicato la possibilità che la vitamina D, assunta attraverso integratori, riduca il rischio di infarto negli ultrasessantenni. Per questa ricerca, che è stata condotta dal Qimr Berghofer Medical Research Institute di Herston, su 21.315 australiani di età compresa tra i 60 e gli 84 anni tra il 2014 e il 2020, gli scienziati hanno somministrato in modo casuale vitamina D o un placebo ai volontari, all’inizio di ogni mese e per periodi ben definiti.Alla fine dei test, si è scoperto che il tasso di eventi cardiovascolari maggiori è stato inferiore del 9% nel gruppo che aveva assunto vitamina D rispetto al gruppo placebo e che il gruppo vitamina D presentava una riduzione del 20% del tasso di infarto del miocardio contro il gruppo placebo. (riproduzione riservata)