Tra i meriti di Elon Musk c’è anche quello di aver portato i robot umanoidi al centro della scena mondiale. Per l’uomo più ricco del mondo si tratta di una tecnologia fondamentale per il futuro di Tesla, all’interno di un settore con un valore di decine di trilioni di dollari. Ma se la casa di auto elettriche americana non ha ancora messo in vendita il suo robot di punta, Optimus, la Cina è pronta invece a passare dalla sperimentazione alla produzione di massa.
Secondo diversi analisti, scrive Cnbc, una nuova generazione di società cinesi potrebbe superare Tesla già dal 2026 grazie a una strategia industriale che considera la robotica una priorità nazionale. Pechino sta crescendo rapidamente nel settore dei robot umanoidi, progettati per replicare forma e movimenti dell’essere umano, combinano AI, sensori avanzati e componenti hardware complessi. Con possibili impieghi che spaziano dalla manifattura all’ospitalità, fino all’assistenza domestica.
La Cina ha inserito la robotica al centro dei suoi piani di sviluppo tecnologico. Nel documento preliminare del 15° Piano quinquennale c’è un esplicito riferimento all’«intelligenza artificiale incarnata», che comprende robot e veicoli autonomi. Per Pechino gli umanoidi rappresentano una doppia opportunità: compensano il calo della forza lavoro dovuto all’invecchiamento della popolazione e rafforzano la posizione cinese nella competizione tecnologica globale. La robotica insomma è pronta a diventare il nuovo fronte di sfida con gli Stati Uniti, che stanno valutando misure per accelerare lo sviluppo del settore.
Secondo Rbc Capital Markets, il mercato dei robot umanoidi potrebbe raggiungere i 9 trilioni di dollari entro il 2050 e la Cina dovrebbe rappresentarne oltre il 60%. Ecco perché molte delle 150 società cinesi attive nel settore stanno già investendo sulla produzione su larga scala.
Unitree lavora a un’ipo da 7 miliardi di dollari e ha già presentato il suo umanoide H2. UBTech Robotics, quotata a Hong Kong, produce invece robot per uso industriale e commerciale: il suo modello Walker S2 può sostituire in autonomia la batteria e operare senza interruzioni. Poi c’è AgiBot, che ha già prodotto 5 mila umanoidi, mentre la casa automobilistica Xpeng ha presentato il robot Iron di seconda generazione e ora vuole avviare la produzione di massa.
Il vantaggio della Cina sta nella sua capacità manifatturiera e nella profondità della sua supply chain, che permettono alle società locali - secondo UBTech - di ridurre ogni anno i costi del 20%-30% anche grazie ai sussidi ricevuti. Ma gli Stati Uniti restano in vantaggio sull’AI avanzata e lo sviluppo software, quindi puntano a prestazioni e sicurezza maggiori. Nel lungo periodo non è esclusa una convergenza, perché dopo il 2040 il mercato cinese e statunitense potrebbero favorire una diffusione di massa dei robot umanoidi trainata dall’uso domestico.
Il settore resta però esposto ai colli di bottiglia. La Cina dipende ancora da chip avanzati spesso di origine statunitense e le capacità dell’AI sono ancora limitate quando si tratta di replicare con precisione i movimenti di mani e dita umane. Nonostante i vantaggi cinesi resta comunque un tema prezzi: un umanoide avanzato costa tra 150 e 500 mila dollari. Per competere con il lavoro umano, quindi, i prezzi dovranno scendere sotto i 50 mila dollari.
E poi c’è il rischio bolla. A novembre la National Development and Reform Commission ha segnalato un possibile surriscaldamento del mercato, ricordando precedenti cicli di boom e crisi in settori strategici come i veicoli elettrici. Una correzione rappresenterebbe un problema serio perché potrebbe rallentare gli investimenti sui robot umanoidi. (riproduzione riservata)