Un rialzo dello spread Btp-Bund di 100 punti base impedirebbe la discesa del debito pubblico italiano. L’indebitamento risalirebbe al 143% del pil nel 2026, secondo la stima fatta dal Mef e contenuta nella Nadef (si veda grafico in pagina). Un aumento dei tassi rispetto allo scenario base (non comunicato dal Mef) indurrebbe le banche a inasprire le condizioni dei prestiti a famiglie e imprese. Nello scenario ipotizzato la crescita del pil si ridurrebbe rispetto alle previsioni dello 0,1% nel 2024, dello 0,4% nel 2025 e dello 0,5% nel 2026. Per quanto riguarda il deficit, il rialzo dello spread di 100 punti base porterebbe il disavanzo al 3,9% nel 2025 (invece che al 3,6%) e oltre il 3% anche nel 2026, quando sarebbe al 3,5% (invece che al 2,9%).
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è consapevole dei rischi legati a un aumento dello spread (che ieri è diminuito di 5 punti base a 188 punti base): «Non mi fanno paura le valutazioni Ue ma quelle dei mercati che comprano il debito pubblico», ha detto nei giorni scorsi. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha sottolineato che la recente crescita dello spread «non è il risultato di speculazione contro l’Italia» ma di «un’attenzione sul fatto di tenere i conti il più possibile in ordine».
In tal senso ieri gli analisti di Citi hanno osservato che le ipotesi del governo sull’andamento del rapporto debito/pil includono previsioni di crescita «piuttosto ottimistiche», con un pil 2024 all’1,2% contro il -0,6% di Citi, e ricavi da privatizzazioni all’1% del pil, quindi per circa 20 miliardi, che al momento appaiono «piuttosto improbabili». Perciò secondo gli economisti «è probabile che il rapporto debito/pil ricominci a crescere nei prossimi due o tre anni, anche se in modo modesto, dopo essersi ridotto nel 2021, 2022 e probabilmente nel 2023».
L’andamento del debito sarà importante anche nell’ambito del nuovo Patto di Stabilità. Il Mef vede con favore la proposta spagnola secondo cui saranno scorporati i fondi Ue come quelli del Pnrr dal conteggio sulla spesa, ma ci sarà una riduzione minima annuale del debito.
Il fabbisogno di settembre intanto è aumentato a 25,2 miliardi rispetto ai 17,2 dell’anno precedente che aveva beneficiato degli incassi per l’asta sul 5G (4,8 miliardi).
I fattori fondamentali per limitare lo spread saranno le scelte di finanza pubblica del governo e la capacità di utilizzare il Pnrr per incrementare la crescita. Tuttavia nelle prossime settimane potrebbero pesare anche le discussioni tra membri Bce per anticipare la fine dei reinvestimenti flessibili del Pepp. Oggi Francoforte può, in caso di tensioni sui mercati, comprare un titolo italiano al posto di un bond tedesco in scadenza. Lo strumento sarà disponibile fino alla fine del 2024, secondo le attuali regole. In questo modo la Bce può contenere lo spread: è questa la prima linea di difesa contro la frammentazione tra Paesi. La seconda, ovvero lo scudo del Tpi (Transmission Protection Instrument), è molto più potente ma non può essere attivata per ragioni specifiche di singoli Paesi.
Negli ultimi giorni i falchi hanno spinto per anticipare la fine dei reinvestimenti flessibili del Pepp, una materia di cui finora non si è discusso nel consiglio direttivo. La presidente Bce Christine Lagarde ha sempre detto che gli aumenti dei tassi sono lo strumento più potente per abbassare l’inflazione, non la riduzione del portafoglio titoli nel bilancio. «La discussione sul Pepp non è ancora iniziata. Ci sarà prima o poi», ha detto ieri il vicepresidente Bce Luis De Guindos.
Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha sottolineato nei giorni scorsi di essere «a favore di un ritorno più rapido a un bilancio Bce più limitato. Il Pepp è qualcosa che dobbiamo tenere sotto controllo». I falchi sono convinti che i mercati non subirebbero contraccolpi, visto che non ci sono stati reinvestimenti flessibili negli ultimi due anni. Ma lo stop alla misura sarebbe un rischio inutile, considerando che la Bce sta riducendo già ora il bilancio più velocemente delle altre banche centrali (per effetto del calo dei titoli del piano App e dei rifinanziamenti Tltro) e che l’inflazione sta scendendo a ritmo sostenuto in una fase economica difficile (si veda sul tema anche MF-Milano Finanza del 30 settembre). Francoforte rischia di giocare con il fuoco sui mercati senza benefici significativi sull’inflazione. (riproduzione riservata)