Lo schema di decreto legislativo che riforma il Tuf (Legge Draghi) «può forse esporsi a rilievi di possibili incostituzionalità sotto il profilo della disparità di trattamento fra società quotate e società di nuova quotazione ammesse a regime differenziato e semplificato». Lo ha rilevato il presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, in audizione alle commissioni riunite Finanze e Giustizia, spiegando che tale possibile incostituzionalità «potrebbe essere superata legando il regime semplificato a una soglia - ad esempio un determinato livello di capitalizzazione o altri indicatori - il cui il superamento comporterebbe l'assoggettamento a regime ordinario».
Pajno ha richiamato «la regola fondamentale» fissata dall'articolo 3 della Costituzione con il principio di uguaglianza, «che riguarda non solo le società ma i soci, gli investitori. Stiamo attenti» perché mettendo in discussione quelle disposizioni «mettiamo in discussione la tutela del risparmio che ha anch'essa una tutela costituzionale importante».
Allo stesso tempo secondo Pajno il nuovo Tuf contiene «un’effettiva riduzione dei poteri della Consob», nella riscrittura della divisione delle competenze tra Consob e Banca d’Italia. Naturalmente, «c'è anche il problema di semplificare, credo che si possa rimettere mano a quella norma, ma cercando di evitare la duplicazione dei controlli». Insomma «si deve trovare un punto di equilibrio» ha detto Pajno, accogliendo «qualche piccolo spostamento» anche se «forse quello effettuato è eccessivo».
«Condividiamo l'obiettivo della riforma volto alla semplificazione e alla crescita del mercato di capitali». Lo ha detto il presidente dell'Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital and private debt), Innocenzo Cipolletta. Prima di sottolineare la necessità di una normativa sempre «più favorevole al mercato privato» che è il più adatto a far crescere pmi. Il private equity e il venture capital italiano sono solo lo 0,2% del pil, un mercato piccolo «rispetto alle esigenze di sviluppo del nostro mercato imprenditoriale».
Per farlo crescere e quindi farlo contribuire in modo «efficace e duraturo alla competitività del nostro Paese» servono interventi di sistema volti alla semplificazione della regolamentazione che «garantisca una maggiore flessibilità e proporzionalità all'operatività dei gestori», in linea con gli altri quadri normativi europei.
L'Associazione italiana private banking condivide «pienamente l'obiettivo e l'approccio riforma» del Tuf, «fondato su una maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme per favorire la quotazione delle imprese italiane e più in generale l’ampliamento della gamma di strumenti di investimento in economia reale», ha dichiarato Andrea Ragaini, vicedirettore vicario Banca Generali nonché il presidente Aipb, che rappresenta Banche e Reti di Consulenza, che gestiscono oltre 130 miliardi di asset finanziari, il 36% degli asset finanziari di tutte le famiglie italiane e il 48% degli investimenti finanziari complessivi.
Tre le proposte avanzate nella convinzione che si debba agire ancora e di più sulla domanda e non soltanto sull’offerta. La prima è la valorizzazione della consulenza finanziaria per l'accesso degli investitori retail ai fondi chiusi sotto soglia. La seconda è l’inclusione delle associazioni di categoria tra i soggetti abilitati all'interlocuzione istituzionale con le autorità di vigilanza. La terza è «una maggiore proporzionalità nella valutazione di adeguatezza degli investimenti, utilizzando algoritmi differenziati».
I numeri parlano chiaro: nel 2025 «abbiamo visto più delisting che nuove quotazioni e soprattutto delisting di società con capitalizzazioni molto rilevanti: un segnale dell’urgenza di ripensare il ruolo dell’Egm per le nostre imprese» ha segnalato Assonext.
Dopo che per 10 anni l’Euronext Group è diventato un canale fondamentale di accesso al capitale. Il numero delle imprese quotate è triplicato passando da 71 nel 2015 a 210 attualmente. Dal lancio 300 imprese hanno scelto l’ipo sull’Egm per raccogliere capitali, e sono stati così raccolti 2,4 miliardi di euro. Il potenziale dell’Egm è ancora «enorme per finanziare la crescita delle nostre imprese, ma servono interventi mirati su liquidità, investitori e governance per riportare il mercato a essere una vera alternativa di crescita per le pmi italiane».
Concretamente, secondo Assonext, deve trovare piena attuazione in Italia il Listing act europeo, che ha segnato il superamento della logica «one size fits all, riconoscendo invece che le pmi quotate sui mercati di crescita richiedono un framework regolamentare differenziato».
Nello specifico serve: «La semplificazione degli obblighi informativi, la facilitazione della mobilità tra i mercati, il delisting, la certezza operativa nelle operazioni straordinarie, la flessibilità statutaria e il voto plurimo; la semplificazione della disciplina assembleare degli aumenti di capitale, l’incentivazione del management».
Inoltre occorre «completare la riforma degli emittenti diffusi, prendendo spunto dai lavori parlamentari svolti per la legge capitali», che garantisca loro «un framework adeguato alle loro dimensioni e caratteristiche senza compromettere la tutela degli investitori». E c’è anche «la necessità assoluta di introdurre incentivi fiscali perché il settore privato non può sostenere da solo il rilancio la competitività delle imprese dell’Ue», per direzionare gli investimenti all’interno dell’Ue. (riproduzione riservata)