Reda, il Soft Power che vince da 160 anni
Da cinque generazioni Reda rinnova l’idea d’eleganza come cultura del ben fatto, unendo sartorialità, ricerca e sostenibilità racconta il ceo Ercole Botto Poala
Con una storia lunga 160 anni e una cultura legata al tessile giunta alla sua quinta generazione, il Gruppo Reda porta avanti una vocazione di ricerca, sostenibilità ed eccellenza nella quale l’abito non è solo qualcosa che si indossa, ma un linguaggio e un modo di esprimersi, come spiega a Gentleman il ceo Ercole Botto Poala. In occasione di questo importante anniversario, la scorsa estate è stato pubblicato un libro corale in cui sono state raccolte le testimonianze di artisti, fotografi e storyteller che hanno condiviso il cammino dell’azienda, dal 2022 diventata Società Benefit. Quest’intreccio di esperienze e relazioni restituisce oggi l’identità di un lanificio che produce ogni anno oltre 5 milioni di metri di tessuto nello stabilimento produttivo di Crocemosso, nel distretto laniero biellese.

Gentleman. Qual è l’importanza dell’eleganza oggi, in un tempo storico che ha visto transitare la moda di street style e casual luxury, sta tornando il gusto della sartorialità?
Ercole Botto Poala. Credo fermamente che il vestire sia una forma di linguaggio. A volte si dà per scontato e ci si dimentica che quando ci si veste in realtà si racconta qualcosa di sé a chi si ha di fronte. Oggi intravedo un ritorno all’attenzione nell’abbigliarsi e nel tradurre un messaggio e una serie di valori attraverso un abito o un accessorio.
G. Il concetto di eleganza è influenzato dalla cultura a cui si appartiene?
E.B.P. Ci sono paesi in cui l’uniforme è percepita in maniera negativa, perché è stata imposta da regimi autoritari. Per molti uomini, per esempio per i cinesi, la libertà coincide con il vestirsi più casual. Nei paesi arabi, invece, c’è più attenzione alla formalità e all’attribuire importanza a chi si ha di fronte attraverso un completo sartoriale. Perché vestirsi non dice solo qualcosa di sé, ma anche del legame che si vuole instaurare con l’interlocutore.
G. Questo aspetto è interessante perché porta ognuno di noi al di fuori di un concetto individualistico, è così?
E.B.P. Assolutamente. C’è stato un periodo in cui ci si preoccupava molto di più di sé, e invece è altrettanto importante il modo in cui ci si comporta con gli altri.
G. Come si trasmette alle nuove generazioni il senso del bello e del ben fatto?
E.B.P. In Italia cerchiamo sempre di fare meglio e questa auto imposizione porta con sé una serie di complessità ma genera anche molte opportunità. Questo vantaggio competitivo deve essere supportato da una strategia di sistema, corale. Il made in Italy dev’essere raccontato e bene, soprattutto ai giovani e con un linguaggio a loro comprensibile. La nostra creatività dev’essere trasmessa attraverso l’educazione e la comunicazione. Noi facciamo cose belle e ben fatte e questo binomio non è scontato. Dietro un abito italiano ci sono cultura, lavorazione e storia.

G. Tra i vostri clienti c’è Suitsupply, che promuove una sartorialità a costi contenuti. Qual è la sua nicchia di mercato e che vantaggi ha quest’approccio sulle new gen?
E.B.P. La formula di quest’azienda olandese è interessante. Compra i migliori tessuti italiani e fa confezionare gli abiti in Cina con una buona qualità, riuscendo a posizionarsi sul mercato con un ottimo prezzo. Questo tipo di business racconta anche altro: il trend della personalizzazione dei prodotti. I giovani di oggi sono cresciuti in un mondo su misura. Lo sono i viaggi, i conti bancari, le automobili. La risposta della moda maschile è un abito unico.
G. A proposito di personalizzazione, come sta evolvendo il business di Lanieri, realtà acquisita dal gruppo?
E.B.P. Il percorso di Lanieri conferma la visione che come Gruppo Reda abbiamo avuto nel credere che questo fosse uno dei grandi trend di crescita del mercato. L’apertura del nuovo atelier in piazza Velasca rappresenta un’evoluzione naturale del progetto: una location contemporanea, dinamica e giovane, del tutto in linea con l’identità del brand e col suo modo nuovo di interpretare la moda maschile, sempre più personalizzata, su misura e consapevole.
G. Come ci si rapporta al fast fashion?
E.B.P. Il consumo veloce è in linea con questo periodo storico, ma credo possa essere utile valorizzare maggiormente il prodotto, pensarlo in un’ottica a lungo termine. Forse verrà intrapresa con successo una terza strada, perché il settore è frammentato e ognuno ha una sua visione. Ci vestiamo tutti ma, in futuro, ci vestiremo tutti in modo unico.

G. In che modo si può utilizzare al meglio l'AI?
E.B.P. Sicuramente è già utile per alcune attività ripetitive e in cui è necessaria una velocità di analisi dei dati. In generale, solo chi ha un pensiero e una cultura potrà svilupparla al meglio.
G. In che modo è adattabile lo stile alla circostanza?
E.B.P. Ogni abito ha un suo contesto. Se sono al mare, è sufficiente un completo di lino, se sono in montagna, posso usare il velluto. Ciò che resta invariato è il gusto, che si può avere innato o affinare, e quello che si vuole far emergere di sé in un momento specifico della propria vita.
G. La sua azienda ha molte generazioni e 160 anni alle spalle. Che cosa state portando avanti oggi e dove va Reda?
E.B.P. Il passaggio generazionale è stato ed è un momento delicato, bisogna programmare, prevedere, e poi accettare anche l’imprevisto di un cambiamento. Ma si migliora il metodo. Oggi chi entra in azienda deve fare un percorso di studi corretto, ottenere risultati, fare esperienza all'estero ed essere motivato perché in questo momento storico le opportunità sono molte. Questo processo di globalizzazione non è destinato a fermarsi a meno che, a livello geopolitico, i paesi non decidano di chiudersi, ma la storia insegna che questo porta a implosioni e a crisi. D’altro canto per attrarre talenti anche le realtà come la nostra devono essere sempre più competitive. (Riproduzione riservata)
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