«In genere dovrebbero essere i mercati a seguire le agenzie di rating, non viceversa. Eppure c’è evidenza empirica che le agenzie si muovono spesso con ritardo».
Durante una conversazione con Milano Finanza l’economista Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici, mette a nudo una pecca più volte riscontrata nel giudizio delle agenzie di rating sul debito sovrano italiano. E lo fa nel momento in cui ad esprimersi sulla penisola è niente meno che Standard&Poor’s – che ha confermato la valutazione italiana a BBB+ con outloook positivo –, la più famosa delle tre sorelle americane, assieme a Moody’s e a Fitch. Quest’ultima si era peraltro già espressa sull’Italia a inizio settembre, migliorando di un notch, a BBB+, il giudizio.
A parere espresso, il nuovo giudizio sull’Italia potrebbe portare a un’ulteriore abbassamento degli interessi che Roma riconosce ai compratori del debito nazionale. «Se sono le agenzie di rating che si adeguano ai mercati, potrebbe esserci una piccola ulteriore riduzione dello spread, ma non mi aspetterei che sia enorme», dice Cottarelli.
Secondo l’economista sulle valutazioni del rating pesano le misure del governo italiano sui conti pubblici: un evento decisivo si è verificato l’anno scorso, quando l’esecutivo «ha risparmiato 20 miliardi di maggiori entrate, finendo con un deficit di un punto percentuale più basso del previsto». Trend destinato con ogni probabilità a ripetersi anche nel 2025: «Dovremmo finire con un deficit del 3%, quando l’obiettivo è il 3,3%».
In questa direzione si muovono anche le ultime proiezioni del Centro studi di Confindustria, secondo cui nel 2026 il deficit pubblico dovrebbe scendere sotto la soglia del 3% del Pil. Un trend che dovrebbe consentire all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione attivata dall’Unione Europea, previsto quando uno Stato membro non mantiene il deficit sotto i 3 punti.
Secondo Cottarelli un elemento da non sottovalutare e che influenza le agenzie di rating è la stabilità del governo: «Prendiamo il caso del 2011: lì la crisi si sviluppò anche perché l’esecutivo» guidato da Silvio Berlusconi «appariva poco coeso, nel corso dell’estate. Ora invece abbiamo una compagine governativa che quasi certamente arriverà fino al termine della legislatura».
In acque ben più agitate naviga al momento Parigi. La Francia versa in piena crisi politica dopo le dimissioni del premier in pectore Sébastien Lecornu, mentre è in cantiere una manovra con tagli alla spesa pubblica per 40 miliardi di euro e misure fiscali per ridurre un deficit che dovrebbe superare il 6% del Pil. Intanto la paventata riforma pensionistica potrebbe essere nuovamente accantonata viste le crescenti critiche bipartisan. «Il deficit francese è doppio rispetto al nostro. Ciò richiede misure importanti da prendere, il che non si può fare senza un governo coeso».
Nella loro valutazione, le agenzie di rating considerano anche la rete di protezione introdotta nel 2022 dalla Banca centrale europea, il Transmission Protection Instrument (Tpi): «Se rispetti le regole europee (come la conformità con le regole fiscali, ndr), puoi avere il sostegno della Bce in caso di attacco speculativo. L’Italia sta rispettando queste regole», sottolinea l’economista.
Anche il Quantitative Easing di Francoforte ha contribuito, in parte, a migliorare il quadro nazionale. «Rispetto a quindici anni fa, la percentuale di debito pubblico italiano detenuta dai mercati finanziari è molto più contenuta, considerato che un quarto è nelle mani della Banca Centrale Europea», ricorda Cottarelli. Fattore che «spiega perché i mercati ci stanno trattando abbastanza bene».
Nell’esaminare il quadro nazionale, l’economista non nasconde però alcuni punti di debolezza che affiorano. Alcuni ormai cronici, come il costo dell’energia elettrica, la burocrazia barocca, la lentezza della giustizia e l’immigrazione. Altri emersi più di recente.
Un esempio? L’ultimo documento programmatico di finanza pubblica esprime la difficoltà del Paese a raggiungere un saldo primario netto all'1%. «Nel rendere l'Italia un Paese dove è più facile fare attività d'impresa, purtroppo ancora non ci siamo». (riproduzione riservata)