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Elly Schlein, segretaria Pd
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Il Pd e il centrodestra non hanno motivo di temere le primarie

di Michele Ainis
02 settembre 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:11

La sinistra italiana teme che queste possano lacerare i legami di solidarietà tra alleati e compromettere progetti condivisi

Chi ha paura delle primarie? La destra, verrebbe da rispondere: da quelle parti la parola non è in uso, sicché - da Berlusconi in poi - per scegliere il leader si pratica l’incoronazione più che l’elezione. Anche a sinistra però risuona l’altolà. Scrittori e giornalisti come Francesco Piccolo e Corrado Augias, esponenti politici come Bonaccini, Tabacci, Decaro e vari altri, ne paventano l’esito nefasto: una frattura del vincolo di solidarietà fra gli alleati, una competizione personale che finirà per lacerare ogni progetto condiviso.

Il nodo delle primarie

Curioso argomento: a prenderlo sul serio, dovremmo vietare le elezioni. Giacché in ogni tornata elettorale ciascun partito marca la propria identità rispetto agli alleati, non solo nei riguardi degli avversari. Anzi, soprattutto verso gli alleati. Difficilmente un ex elettore di Fratelli d’Italia la volta dopo voterà per il Partito Democratico, ma può farlo viceversa un ex elettore del Movimento 5 Stelle o di Avs. C’è insomma una partita che si gioca in campo avverso, ma ce n’è un’altra nel proprio campo di gioco. E quest’ultima innesca giocoforza una lotta fratricida, sia pure in punta di forchetta. Come le primarie per scegliere il leader della coalizione, né più né meno.

Doppiamente curioso: le voci di consenso alle primarie provengono in gran parte dal Movimento 5 Stelle, che non le menziona mai nel proprio statuto. Quelle di dissenso si levano dal Partito Democratico, il cui statuto cita per 20 volte le primarie come metodo di selezione della classe dirigente (dai sindaci ai parlamentari, dai presidenti di Provincia a quelli di Regione, dal segretario nazionale al candidato alla carica di presidente del Consiglio). Si dirà: succede perché le primarie sono l’unica via, per Conte, per proporsi alla guida del governo. Mentre al Pd converrebbe impalmare il leader del partito maggiore, seguendo - almeno in questo - il criterio usato dalla destra. Sarà anche vero, ma sta di fatto che un conto sono le elezioni, un conto le primarie. Alle elezioni si vota un partito, anche perché i listini bloccati ci hanno tolto il diritto di scegliere gli eletti; alle primarie si vota una persona. Quella che riteniamo più adatta, più capace, anche se milita in un altro partito.

Alla sinistra manca un programma

Dicono poi: ma è importante il programma, non il leader. E sul programma la sinistra è ancora all’anno zero. Giusto, e lorsignori farebbero bene a darsi appuntamento mettendone nero su bianco i capisaldi. Però non è affatto vero che a quel punto la scelta del leader sarebbe ininfluente. Che basterebbe indicare un diciottenne o un anziano partigiano, come ha proposto Roberto Speranza, forse memore della cuoca di Lenin, in grado di reggere il governo in una società comunista. Non è con le boutade che si risolve la questione. E non è senza conseguenze la scelta dell’interprete. Anche sul programma, sulla sua declinazione. Lo spartito della Nona sinfonia di Beethoven è fisso da due secoli, ma ha ricevuto esecuzioni variegate, da Toscanini a von Karajan, da Abbado a Bernstein. Dunque chi verrà eletto alle primarie potrà decidere, se non i contenuti, l’intonazione del programma. E la sua elezione consentirà al popolo votante d’orientare le linee programmatiche della coalizione.

L’occasione di allargare il voto

No, non c’è ragione di temere gli effetti divisivi di questa consultazione. Al contrario, potrebbero ben essere aggreganti. Un’occasione di partecipazione, di mobilitazione. E un esercizio di democrazia, nel tempo in cui la democrazia giace sotto un cono d’ombra. Ecco perché bisognerebbe allargarne quanto più possibile il perimetro. Quindi primarie aperte, non riservate agli iscritti dei vari partiti, che ormai peraltro formano un’esigua minoranza (meno del 2% del corpo elettorale). E aperte pure ai sedicenni nonché agli immigrati regolari - un esperimento per coinvolgerli nella vita della polis. Infine, voto online; e anche questa può ben essere una prova in vista della sua applicazione alle politiche, quantomeno allo scopo d’arginare il morbo dell’astensionismo. Chissà; se a sinistra l’esperienza diventerà un successo, magari terranno le primarie pure a destra. E le vincerà Vannacci. (riproduzione riservata)
 



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