Finito da tempo il quiet period, il periodo del massimo riserbo da parte degli esponenti di vertice della Bce, e aumentati di 25 punti base i tassi d’interesse di riferimento il 14 settembre, riprende ora a briglia sciolta il nocivo dibattito pubblico sul costo del denaro tra i medesimi esponenti sui mezzi di comunicazione di massa e nei convegni.
Le conseguenze, dopo che hanno parlato la presidente Christine Lagarde, la tedesca Isabel Schnabel, componente del Comitato esecutivo, e François Villeroy, governatore della Banca di Francia, esprimendo posizioni nettamente diverse: dal prolungamento della stretta (Lagarde) con conseguenti impatti sul mercato, alla non esistenza ancora delle condizioni per un cessato allarme (Schnabel) a evitare di far crollare l'economia con un aumento dei tassi (Villeroy). E siamo solo agli inizi.
È però facilmente immaginabile quale ulteriore confusione si provocherà se si continuerà di questo passo fino alla prossima seduta del Consiglio direttivo in materia di politica monetaria che è prevista per il 26 ottobre. Occorre sempre aver presente che l'accennato aumento dei tassi non ha prodotto impatti negativi perché è stato interpretato, magari con un po' di leggerezza, come un innalzamento per poter poi, nella successiva seduta, fermarsi o addirittura avviare la discesa.
Una parte delle dichiarazioni che cominciano a essere rese finisce, invece, con lo smentire questa interpretazione per cui si profila il rischio di impatti negativi più consistenti, a cominciare, per l'Italia, dagli spread Btp-Bund. Essi per ora non si muovono significativamente perché aumentano i rendimenti dei Bund, donde l'opportunità di guardare, come autorevolmente viene indicato, anche ad altri differenziali, addirittura con i titoli greci, per non parlare di quello di Spagna e di Portogallo.
Inutile osservare che questa logorrea rappresenta la manifestazione evidente della grave carenza nella comunicazione istituzionale di cui la Bce continua a soffrire e che più volte abbiamo stigmatizzato su queste colonne. Si penserà, una buona volta, di porvi rimedio o questa situazione viene ormai considerata ineluttabile, senza neppure pensare, preso atto purtroppo del fenomeno che parifica gli organi della Bce a quelli di un partito politico, quanto meno di regolarlo? Ciò accade, per quel che riguarda l'Italia, mentre una rimeditazione porta il governo a modificare sostanzialmente le norme di cui al decreto Asset sulla tassazione degli asseriti extra profitti delle banche, in particolare introducendo l'alternativa alla tassazione della costituzione di un accantonamento a patrimonio di una somma maggiorata ed escludendo che nel rendimento da tassare sia incluso pure quello dei titoli pubblici. Si poteva agire ab initio in questa direzione? Sì.
Vi è pure un ruolo di moral suasion delle autorità monetarie che va richiamato, un ruolo che, ovviamente, deve essere preventivo e non certo in contemporanea alla ritrovata positiva soluzione con l'emendamento del governo, anche perché dallo stesso presidente dell'Abi Antonio Patuelli era venuta la sollecitazione anche al governo all'incentivazione di forme più remunerative delle enormi disponibilità allocate nei conti di deposito per le diverse manifestazioni di crisi. Sarebbe difficile immaginare una ricaduta positiva solo ora da parte della pur giusta affermazione che la divaricazione tra tassi attivi e tassi passivi dovrebbe avere natura transitoria.
È singolare comunque che, eliminato un fattore di disorientamento e di aspettative negative, ora si debba fare i conti con gli effetti della comunicazione dei membri della Bce, come se non bastassero i problemi che incombono sulla politica economica e di finanza pubblica. Una volta che l'iter della conversione del decreto Asset sarà completato verificheremo quali saranno le decisioni del settore bancario a proposito della suddetta alternativa, cominciando dai principali istituti. Intanto, c'è da sperare in un’adeguata progettazione della legge di bilancio, una prova cruciale per il governo Meloni. (riproduzione riservata)