Un farmaco antiandrogeno di nuova generazione, enzalutamide, è destinato a cambiare lo standard di cura per il tumore alla prostata evitando per la prima volta il ricorso alla castrazione farmacologica, ovvero l’abbattimento dei livelli di testosterone. La buona notizia è emersa durante il Congresso dell’American Urological Association che si è svolto nei giorni scorsi a Chicago, con la presentazione dello studio di fase 3 Embark, che ha coinvolto 1.068 malati in fase precoce. Questi soggetti, arruolati fra il 2015 e il 2018, presentavano carcinoma prostatico sensibile agli ormoni, non metastatico ed erano già stati sottoposti a prostatectomia o radioterapia radicali.
Dallo studio è emerso che enzalutamide, in associazione a terapia di deprivazione androgenica, ha prodotto una riduzione del 58% della probabilità che la malattia si diffonda in alte parti del corpo, un miglioramento del 93% del tempo di progressione del Psa (l’antigene prostatico specifico) e un miglioramento del 64% del tempo prima dell’utilizzo di una nuova terapia antineoplastica (di solito chemioterapia). Appaiono importanti anche i risultati evidenziati solo con l’uso di enzalutamide, con miglioramenti dei tre precedenti aspetti in percentuali pari rispettivamente al 37%, 67% e 46%.
«Dopo il trattamento primario due pazienti su tre guariscono, ma si stima che, dieci anni dopo aver ricevuto una terapia definitiva per il carcinoma prostatico, circa un terzo vada incontro a recidiva biochimica con livelli di Psa che aumentano progressivamente», spiega il professor Ugo De Giorgi, direttore Oncologia clinica e sperimentale dell’Irccs Istituto romagnolo per lo studio dei tumori Dino Amadori, Irst, di Meldola e unico italiano tra i firmatari della ricerca. «Questi uomini hanno maggiori probabilità di morire per il cancro. Da qui il bisogno di intervenire con terapie efficaci, in grado di evitare che la malattia si diffonda e diventi metastatica. Finora lo standard era rappresentato dalla castrazione farmacologica, che garantisce remissioni durature ma pesanti effetti collaterali (quali andropausa, perdita della funzione sessuale e della libido ndr). Va peraltro sottolineato che alcuni pazienti, circa il 10%, soprattutto giovani, rifiutano questa opzione o cercano di ritardarla il più possibile, anche perché in questa fase la neoplasia non mostra segni evidenti o metastasi a distanza, se non un innalzamento dei valori di Psa. Ma la dilazione delle cure può portare a una progressione rapida del tumore e a una peggiore prognosi».
Enzalutamide è un inibitore dei recettori degli androgeni somministrato per via orale e si stima che in Italia ogni anno possano essere circa 8mila i pazienti candidati a tale trattamento.«I risultati raggiunti da questo studio sono di grandissima portata», continua De Giorgi. «I dati di sopravvivenza globale saranno disponibili con il proseguimento dello studio, ma è prevedibile un netto miglioramento anche di questo parametro come conseguenza della riduzione del rischio di metastasi a distanza». (riproduzione riservata)