La lotta contro i tumori passa da trattamenti sempre più personalizzati. Fra le ultime frontiere nella cura del carcinoma prostatico c’è la terapia con radioligandi e in particolare con Lutetium (177Lu) vipivotide tetraxetan, messo a punto da Novartis e approvato da pochi mesi in Italia nella pratica clinica. La novità farmacologica è uno dei temi affrontati dal convegno “Il tumore alla prostata in Lombardia. Dalla diagnosi alla cura: nuove speranze per i pazienti”, che si è svolto a Milano nei giorni scorsi, organizzato da Motore Sanità su iniziativa dell’associazione Europa Uomo e Novartis.
La terapia con radioligandi utilizza molecole radioattive per colpire in modo specifico le cellule tumorali. In particolare, nel caso del tumore alla prostata si sfrutta come marcatore l’antigene di membrana Psma, una proteina che si trova espressa in grande quantità sulla superficie delle cellule del tumore della prostata. Un ligando, ovvero una molecola che si lega specificatamente al Psma, viene associata all’isotopo radioattivo Lutetium-177 e somministrata al paziente. In questo modo il ligando si aggancia alle cellule tumorali, entra in esse e permette al radioisotopo di emettere le radiazioni, colpendo dall’interno e in modo selettivo ogni singola cellula tumorale.
«Questa terapia ha dimostrato un profilo di maggiore efficacia e minori effetti collaterali rispetto alla chemioterapia standard grazie alla sua capacità di contrastare con più precisione la malattia», spiega Francesco Ceci, direttore della divisione di Medicina nucleare all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) e professore associato presso il dipartimento di oncologia ed emato-oncologia dell’Università di Milano. «Non porta alla perdita di capelli e amplifica la potenziale platea di beneficiari, dato che è somministrabile anche a soggetti con insufficienza renale o cardiaca».
Il trattamento offre quindi una nuova opzione di cura per quei soggetti con tumore in fase avanzata, ovvero metastatica, resistente alla terapia ormonale standard, che sono già stati trattati con ormonoterapia e chemioterapia. La ricerca sta già utilizzando la terapia con radiofarmaci anche quando il tumore è ancora isolato e non ormonosensibile, date le evidenze della maggiore efficacia quanto più si anticipa il trattamento. Importanti risultati si stanno ottenendo anche per la cura di altri tumori solidi, come quello al polmone, alla mammella e i tumori gastrointestinali.
«La teragnostica è quella branca della medicina nucleare che combina l’utilizzo dei radiofarmaci sia per la diagnosi sia per la terapia e che sta definendo un approccio innovativo, costruito su ogni singolo paziente», aggiunge Ceci. «Inoltre, dopo la terapia con radiofarmaci, attraverso le stesse radiazioni emesse dal paziente e analizzate da un apposito esame di imaging, è possibile comprendere dove si è localizzato il farmaco, quindi monitorare la sua efficacia e valutare anche gli organi sani, impostando i necessari trattamenti di supporto per prevenire gli eventuali effetti collaterali».