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Presentato a Venezia il volume d’arte di Menarini dedicato a Giorgione
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Presentato a Venezia il volume d’arte di Menarini dedicato a Giorgione

di Maria Rita Montebelli
17 ottobre 2022, 10:53 Ultimo aggiornamento: 10:57

Uno dei pittori più elusivi della storia, artista misterioso che non firmava le sue tele, quasi sempre destinate a committenze private. Giorgione, protagonista di una preziosa monografia d’arte di Menarini, firmata con squisita sensibilità da Giovanni Carlo Federico Villa

Giorgione, al secolo Zorzi da Castelfranco, è vissuto appena trent’anni, 15 dei quali dedicati alla pittura, e di questo grande artista rinascimentale sono documentate con certezza appena quattro opere, mentre tutti le altre restano di attribuzione incerta. Suo il fulmine forse più famoso di tutta la storia dell’arte, quello che squarcia il cielo sopra le mura di Padova ne ‘La tempesta’ e che ruba la scena alle due figure in primo piano, il lanzichenecco e una donna che allatta. “Sull’interpretazione di questa tela sono stati versati fiumi d’inchiostro – ricorda Villa – ma Giorgione probabilmente voleva solo raccontare la quotidianità e il miracolo della natura”. Un quadro-icona che quando te lo vedi davanti alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, quasi stenti a riconoscerlo, forse per le sue dimensioni ridotte che non riescono a contenere il quadro impresso nel nostro immaginario. Poi però si viene quasi risucchiati dentro la tela dalla magia di quel lampo silenzioso che vernicia di luce e fa vibrare le foglie, gettando ombre sugli alberi in primo piano. E la fenomenologia della natura diventa in un attimo protagonista assoluta. Un soggetto degno del suo committente, il colto Gabriele Vendramin che voleva delle opere che travalicassero gli schemi e il gusto mainstream dell’epoca.

Lontano dalla descrizione della natura quasi da trattato di botanica di alcuni suoi contemporanei, profondamente permeata dalla maniera fiamminga, gli alberi e gli arbusti di Giorgione sono suggestione, idea platonica, sintesi antitetica alla descrizione analitica. Una sensibilità quasi impressionistica, che risuona anche nelle sue pennellate sfumate, in quel suo tonalismo nel quale molti hanno rintracciato le radici dell’impressionismo francese, in una fuga in avanti di quattro secoli. E ancora tutti immersi nel temporale che coglie alla sprovvista una madre e un soldato, non si è preparati ad affrontare un altro soggetto, quello della ‘Vecchia’, collocato accanto alla ‘Tempesta’ ma lontano anni luce dalle sue misteriose profondità. Qui a dominare lo sguardo è il bianco accecante di uno scialle sfrangiato, gettato con noncuranza sulla spalla di un’anziana, che dialoga in un gioco di corrispondenze cromatiche con la sua cuffietta bianca, dalla quale sfugge una ciocca di capelli esanimi. Occhi stanchi e malinconici, una bocca dalle labbra assottigliate dal tempo, socchiusa in un sussurro, forse quello del cartiglio che la donna mostra allo spettatore: ‘Col Tempo’. Ancora una volta un soggetto che sembra facile da afferrare, ma che si dissolve davanti agli occhi dello spettatore, richiudendosi in un alone di mistero.

“È in quell’atmosfera pulviscolare – spiega Villa – e nella penombra che ci permette appena di riconoscere un volto, l’essenza di quel tonalismo tipico della pittura veneziana. Cieli di un chiarore abbacinante, come sa essere a giorni il cielo di Venezia, con la sua luce riflessa sull’acqua”. Ma in Giorgione la natura non è uno sfondo, un’invenzione artistica. È protagonista immanente. E si declina in tanti modi, anche nelle variazioni dei riflessi di luce, sul metallo dell’armatura del ritratto di un cavaliere. “Sono pezzi di virtuosismo – sottolinea Villa – Mentre il paggio sussurra qualcosa al cavaliere, Giorgione ci racconta il metallo attraverso le diverse rifrazioni della luce che colpisce il bronzo, l’acciaio, l’oro.”

Giorgione è anche archetipo. La sua ‘Venere dormiente’ che si offre con candida nudità agli occhi dello spettatore, diventa un modello che verrà declinato in tante opere d’arte negli anni e nei secoli a venire, reinterpretato dalla sensibilità di Jacopo Palma il Vecchio, Paris Bordon, Velasquez, fino all’Olympia di Manet (e siamo arrivati al 1863).

“In questo volume d’arte di Menarini – spiega Villa – ho cercato di liberare la figura di Giorgione dalle tante superfetazioni, accumulatesi negli anni, sulla base dei documenti”. Un lavoro certosino, da scienziato della storia dell’arte, se si pensa che solo su ‘La Tempesta’ sono stati scritti più di 300 saggi e 5 libri. E che rende ancora più preziosa questa monografia, che restituisce questo grande artista alla realtà del suo tempo, a quella Venezia popolata di colti mercanti, un melting pot di umanità varia che portava a Venezia merci preziose e schegge di cultura da tutto il mondo. E in questa cornice, Giorgione si pone come artista esemplare del dialogo tra umanesimo, neoplatonismo e scienza. Un caleidoscopio di suggestioni e atmosfere tracciato con appassionata maestria da Villa in questa monografia preziosa, nel solco della tradizione dei volumi d’arte di Menarini che, dal ’56, raccontano ad un pubblico di non addetti ai lavori i capolavori del nostro patrimonio artistico. Un’operazione culturale che non ha eguali in Italia e che fa dunque tanto più onore a questa azienda farmaceutica, grande e rara mecenate dell’arte e del bello.

“Menarini, con il volume su Giorgione - spiegano Lucia e Alberto Giovanni Aleotti, azionisti e membri del CdA di Menarini – continua a celebrare l’arte italiana in tutto il mondo. E per far conoscere i maestri italiani anche all’estero, oltre alla storica collana d’arte, il Gruppo continua anche il progetto digitale Menarini Pills of Art. Ad oggi, sono state pubblicate su YouTube, in otto lingue, più di 600 video pillole d’arte, con 28 milioni di visualizzazioni”.



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