Il trattamento del tumore al polmone ha subìto una svolta positiva negli ultimi anni grazie all’immunoterapia. Tuttavia, comprendere perché alcuni pazienti rispondono e altri meno rappresenta una delle grandi sfide dell’oncologia di precisione. Un passo avanti importante proviene ora da uno studio internazionale coordinato dal Dana-Farber Cancer Institute in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE). Esso ha identificato una mutazione del gene DNMT3A come potenziale biomarcatore, in quanto associata a una risposta più efficace e duratura all’immunoterapia nel tumore al polmone non a piccole cellule. In pratica, nei tumori con questa mutazione è come se si accendessero dei “fari” che attirano meglio le difese immunitarie. I pazienti hanno infatti dimostrato tassi di risposta quasi doppi rispetto agli altri, oltre a una sopravvivenza globale significativamente più lunga.
Lo studio internazionale multicentrico ha coinvolto oltre 1.500 pazienti in centri di eccellenza, tra cui il Dana-Farber di Boston, il Memorial Sloan Kettering di New York, il Gustave Roussy in Francia e l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.
«Questa scoperta ci consente di identificare un sottogruppo di pazienti che può beneficiare in modo particolarmente efficace dell’immunoterapia, rendendo le scelte terapeutiche più mirate e personalizzate», spiega Marcello Maugeri-Saccà, co-autore senior dello studio e ricercatore clinico presso il Clinical Trial Center dell’IFO.
La mutazione del gene DNMT3A è presente in circa un paziente su 20 con tumore del polmone non a piccole cellule. Questo gene è coinvolto nel processo naturale chiamato metilazione, che regola l’attività dei geni agendo come un interruttore: può cioè spegnerli, regolando l’espressione genica, senza però modificare il loro codice, ovvero la sequenza del Dna del gene. Dalla ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Annals of Oncology, risulta che la sua mutazione rende il tumore più riconoscibile al sistema immunitario e quindi più vulnerabile all’azione degli inibitori del checkpoint immunitario, ovvero PD-1 e PD-L1.
«Questa nuova evidenza dimostra quanto sia strategica la comprensione delle alterazioni molecolari per selezionare meglio i pazienti e massimizzare l’efficacia dell’immunoterapia», afferma Federico Cappuzzo, direttore dell’oncologia medica 2 dell’IRE.
«Si tratta di un risultato di grande rilievo, che rafforza la nostra capacità di fare ricerca traslazionale, ovvero trasformare le scoperte scientifiche in benefici concreti per i pazienti», conclude Giovanni Blandino, direttore scientifico ff dell’IRE.
La strada che si apre dopo questa scoperta conduce a interessanti sviluppi terapeutici, in quanto in futuro potrebbe essere possibile potenziare l’efficacia dell’immunoterapia agendo proprio sul gene DNMT3A con farmaci che ne modulano l’attività. (riproduzione riservata)