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Carlo Nordio
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Che fine ha fatto il Pnrr? Miliardi spesi a metà e burocrazia, perché il piano non sta facendo crescere l’Italia

di Sergio Rizzo
18 ottobre 2025, 02:00

Nonostante gli oltre 194 miliardi stanziati, il Pnrr ha prodotto effetti limitati sulla crescita e il pil 2025 salirà appena dello 0,7%. A Palazzo Chigi e nei ministeri si muovono però risorse imponenti per strutture di missione, esperti e controlli. Dalla presidenza del Consiglio alla Giustizia, tra budget milionari e 447 mila progetti frammentati, il rischio è che gran parte dei fondi si perda nella macchina amministrativa

C’è un mistero che da qualche anno ormai aleggia sulla nostra economia. Riguarda il contributo effettivo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alla crescita. A partire dal 2022 le stime ottimistiche sono state via via ridimensionate: secondo l’ultimo documento programmatico di finanza pubblica, il prodotto interno lordo salirà quest’anno di appena lo 0,5%, mentre nel prossimo non si andrà oltre lo 0,7.

E questo nonostante i miliardi del Pnrr, che però se non ci fossero nemmeno quelli - sostiene la Confindustria - l’economia italiana verserebbe in una stagnazione totale. Insomma, dopo la fiammata seguita al terribile 2020 del Covid-19 siamo tornati all’avvilente ritmo dello zero-virgola cominciato nel 2001 e che ha caratterizzato il primo quarto di secolo praticamente senza soluzione di continuità.

C’è da dire che sulla fiacchezza dell’economia pesano non poco le tensioni internazionali, come segnalano i principali centri di ricerca. In questo contesto, purtroppo, il Pnrr è poco più di un pannicello caldo su una debolezza strutturale testimoniata dalla flessione inarrestabile della produzione industriale. Basta dire che lo scorso agosto l’indice Istat, con base 2021 pari a 100, era sceso a quota 91,6.

Il motore burocratico del Piano

Ma c’è anche un altro aspetto. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha attivato un più che rispettabile volano burocratico facendo girare un sacco di soldi nei ministeri. La stanza dei bottoni è alla presidenza del Consiglio, affidata al ministro degli Affari Europei Tommaso Foti, colonnello piacentino di Fratelli d’Italia sulla breccia da 45 anni suonati, quando veniva eletto ventenne al consiglio comunale della città emiliana con il Movimento Sociale Italiano. Correva l’anno 1980, lo stesso della nascita di Antonio Palmisano, oggi dirigente di Invitalia messo a capo della Struttura di missione del Pnrr di Palazzo Chigi.

Con risorse non trascurabili. Ha un budget di 10.775.250 euro solo per quest’anno. E personale per un costo di 9.609.000 euro, Irap compresa. Poi ci sono altri 4,4 milioni per il personale dirigenziale, 2,5 milioni per gli esperti e 2,1 milioni per le spese di funzionamento. Nonché un 1.325.000 euro di competenza del Nucleo Pnrr Stato-Regioni. In tutto una trentina di milioni, per non parlare delle somme del Piano che le varie strutture di Palazzo Chigi dovranno gestire direttamente quest’anno.

Fondi e progetti: una dispersione titanica

Si va dagli 800 mila euro per il «supporto tecnico operativo» alle opere nelle zone terremotate del 2009 e 2016 finanziate con il fondo complementare Pnrr, ai 2,5 milioni per «interventi connessi al Pnrr a favore delle Province autonome di Trento e Bolzano», ai 16,5 milioni per «Piattaforma PagoPa a App “Io”», ai 34,75 milioni di euro destinati a «ecosistemi al Sud in contesti urbani marginalizzati» fino ai 116,6 milioni stanziati per «tecnologie satellitari ed economia spaziale».

Un sacco di soldi, ma una goccia nel mare delle risorse rimaste da spendere a otto mesi o poco più dalla scadenza del 30 giugno 2026. Dei 194,4 miliardi che rappresentano la cifra totale assegnata all’Italia fra prestiti (122,6 miliardi) e finanziamenti a fondo perduto (71,8 miliardi), ne sono stati spesi 85,8 secondo l’ultimo rapporto di Moody’s pubblicato da Milano Finanza. È il 44,1% del totale.

E consola appena sapere che il nostro Paese ha raggiunto il 54% degli obiettivi contro una media europea del 38%. Mal comune mezzo gaudio, si dice. Ma qui c’è poco da godere. Il problema di fondo, oltre alle tradizionali lentezze della burocrazia che hanno frenato tanti investimenti, è l’enorme frammentazione degli interventi. La cabina di regia governativa del Pnrr censisce qualcosa come 447.065 progetti, 294.597 dei quali (65,9%) sarebbero conclusi.

Il costo del monitoraggio ministeriale

Va da sé che con un numero tale di interventi la questione è anche il controllo e la rendicontazione. E qui torniamo alle burocrazie ministeriali. Ogni ministero paga un proprio «contingente di esperti» adibito a «monitoraggio e rendicontazione». Qualche esempio? Il ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare di Francesco Lollobrigida ha in bilancio apposta quest’anno 300 mila euro.

Quello della Cultura 380 mila. E quello dell’Università 427 mila, esattamente come il Viminale. Il ministero del Lavoro, poi, 400 mila. Il ministero della Salute 522 mila. Il ministero dell’Istruzione 970 mila. E quello delle Infrastrutture del vicepremier Matteo Salvini addirittura 1,59 milioni di euro.

Gli importi record dei grandi ministeri

Ma è ancora niente in rapporto al ministero dell’Ambiente di Gilberto Pichetto Fratin: nel bilancio per il 2025 compaiono 18,9 milioni assegnati a una «Unità di missione per il Pnrr», più 12,6 milioni relativi al «coordinamento» di «gestione, monitoraggio, rendicontazione e controllo dell’attività dei progetti connessi al Pnrr».

Quanto all’Agricoltura, oltre a quei 300 mila euro per il monitoraggio spuntano 13,87 milioni stanziati nel 2025 e altri 2,85 milioni nel 2026 relativi a interventi Pnrr «di competenza del ministero». Mentre gli interventi «ministeriali» delle Imprese e Made in Italy di Adolfo Urso sono limitati a un ben più modesto 1,425 milioni di euro, cifra alla quale si devono aggiungere 522 mila euro per studi, consulenze e indagini nonché 531 mila euro di «assistenza tecnica». E al ministero della Cultura, che destina alla società controllata Ales 15 milioni fra il 2025 e il 2026 sempre in quota Pnrr, ecco 4,56 milioni di euro per finanziare «contratti di lavoro a tempo determinato» per esperti Pnrr ingaggiati dalla Soprintendenza speciale.

Il che ci porta direttamente al bilancio del ministero della Giustizia. Dove troviamo un capitolo a dir poco sorprendente, il numero 1403. Perché quest’anno il ministro Carlo Nordio prevede di spendere 651.177.413 euro per retribuire «personale a tempo determinato assegnato alle strutture organizzative a supporto delle linee progettuali ricomprese nel Pnrr».

Che sommati ai 341.827.234 euro previsti per il 2026 fa quasi un miliardo. Per ridurre, immaginiamo, i tempi della giustizia italiana. Come stabilisce, appunto, il Piano. Possiamo solo sperare che tutti questi soldi non siano buttati dalla finestra. (riproduzione riservata)
 



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