I prezzi del petrolio vanno verso la maggior contrazione mensile dal 2021. Con la guerra commerciale accesa da Donald Trump, che ha eroso le prospettive della domanda di carburante, e i timori per l'aumento dell'offerta da parte del’Opec+, i futures sul Brent sono scesi fino a un minimo a 62,99 dollari al barile (livello di febbraio 2021) e quelli del Wti fino a 58 dollari al barile. Nel mese di aprile i due benchmark hanno perso, rispettivamente, il 14,3% e il 13,9% circa, i maggiori cali percentuali dal 2021.
A pesare è soprattutto lo scontro sui dazi tra Stati Uniti e Cina, i due maggiori consumatori di oro nero. Tanto che, secondo un sondaggio di Reuters, le tariffe di Trump hanno reso probabile una recessione dell'economia globale (il pil Usa è sceso a sorpresa nel primo trimestre dello 0,3%) quest'anno. «Il calo dei prezzi del petrolio riflette le crescenti aspettative di un rallentamento dell'economia globale, che a sua volta porterebbe a una riduzione della domanda di greggio e a una minore pressione sull'offerta», ha sottolineato Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades.
Il sentiment degli investitori rimane basso a causa delle continue preoccupazioni sull'approccio dell'amministrazione statunitense ai dazi. Infatti, «sebbene i recenti segnali di Washington siano stati un po' più concilianti, l'imprevedibilità continua a caratterizzare il contesto attuale, pesando sulle prospettive degli operatori. Questo senso di incertezza è stato ulteriormente sottolineato dai dati pubblicati il 29 aprile, che hanno mostrato un forte calo del sentiment economico statunitense nel mese di aprile», ha precisato Evangelista.
Inoltre, sul fronte dell’offerta, l’Opec+ ha iniziato a ridurre i tagli alla produzione e JP Morgan ha avvertito che il cartello potrebbe accelerare gli aumenti produttivi pianificati già nella riunione del prossimo 5 maggio. Secondo Reuters, diversi membri del Cartello proporranno un aumento della produzione per il secondo mese consecutivo a giugno. «In questo contesto, caratterizzato da un'ampia offerta e da un indebolimento delle aspettative di domanda, non si può escludere un'ulteriore pressione al ribasso sui prezzi del petrolio», ha avvertito Evangelista.
In particolare, i trader sul greggio si aspettano che l’Arabia Saudita guidi l’Opec+ verso un nuovo aumento dell’offerta la prossima settimana. Secondo il 60% dei trader e degli analisti intervistati da Bloomberg, i principali membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori del petrolio probabilmente accetteranno di aumentare la produzione a giugno oltre quanto previsto nella riunione del 5 maggio. All’inizio del mese, i sauditi hanno sorpreso i mercati spingendo l’Opec+ a ripristinare 411.000 barili al giorno a maggio, tre volte il volume previsto, in un’azione che era volta a punire i membri che producevano oltre i limiti, come il Kazakistan e l’Iraq, facendo scendere i prezzi.
Alla base della decisione potrebbe esserci anche una motivazione politica: Riad vuole rafforzare i rapporti con Trump che ha ribadito la richiesta all’Opec di abbassare i costi del carburante. Trump sta anche cercando di concludere un accordo sul nucleare che potrebbe portare alla ripresa delle esportazioni di petrolio dall’Iran, rivale dell’Arabia Saudita. Ma poiché il Kazakistan sembra fare pochi sforzi per correggere la sua condotta, 13 dei 23 partecipanti al sondaggio hanno previsto che l’Opec+ approverà un altro aumento simile al precedente di 411.000 barili al giorno. Altri due si aspettano un incremento più contenuto, ma comunque superiore all’aumento standard.
Sebbene il crollo dei prezzi offra un certo sollievo a consumatori e banche centrali ancora alle prese con gli effetti dell’inflazione, comporta gravi perdite finanziarie per i produttori di petrolio. L’imprenditore texano, Bryan Sheffield, ha esortato le aziende a ridurre le trivellazioni per evitare un «bagno di sangue» nel settore, mentre la società di consulenza Rystad Energy ha tagliato di oltre la metà le sue previsioni di crescita del petrolio onshore negli Stati Uniti.
Anche i sauditi non sono immuni: secondo il Fondo Monetario Internazionale, hanno bisogno di un prezzo del petrolio vicino ai 90 dollari al barile per coprire la spesa pubblica. «Aumentare l’offerta per massimizzare le entrate potrebbe essere la strategia ottimale per i produttori», ha affermato Natasha Kaneva, responsabile della ricerca globale sulle materie prime di JP Morgan. Otto intervistati prevedono che, piuttosto che rischiare un crollo ancora più profondo del mercato, l’Opec+ tornerà al programma iniziale di modesti aumenti mensili dell’offerta a giugno, pari a circa 138.000 barili al giorno. Se la decisione di aprile del Cartello è stata una sorpresa, quella di maggio è un campanello d’allarme.
«È da un paio di settimane che sostengo che il Brent tornerà nella fascia 60-65 dollari», ha detto Robert Rennie, responsabile della ricerca sulle materie prime di Westpac Banking Corp., citando la politica di offerta dell’Opec+ e le prospettive di un ritorno dei flussi dal Kazakistan. «Le prossime sei-otto settimane dovrebbero vedere un aumento dell’offerta e delle scorte». Negli Stati Uniti, le scorte commerciali di greggio sono aumentate di 3,8 milioni di barili la scorsa settimana, secondo la stima dell’American Petroleum Institute.
I dati del governo statunitense usciti oggi, 30 aprile, hanno mostrato che le scorte di greggio nell’ultima settimana al 25 aprile sono scese di 2,696 milioni di barili a 440,4 milioni di barili al giorno, contro attese per un incremento di 0,4 milioni. (riproduzione riservata)