L’escalation della guerra in Medio Oriente infiamma di nuovo i prezzi del petrolio. I contratti del greggio Wti sono balzati del 2% sopra gli 88 dollari al barile, toccando i livelli più alti in due settimane. Sale oltre quota 90 dollari al barile invece il Brent che segna un rialzo di oltre l’1% aggirandosi intorno gli 91 dollari.
Le tensioni in Medio Oriente sono aumentate dopo che un’esplosione in un ospedale di Gaza City ha ucciso circa 500 palestinesi ieri sera. Israele però ha negato di aver compiuto l’attacco puntando il dito contro un’operazione fallita da parte del gruppo palestinese di Hamas.
Mentre proseguono i timori di un conflitto più ampio in Medio Oriente, a spingere il greggio sono anche le preoccupazione di una riduzione più ampia del previsto delle scorte di greggio statunitensi hanno alimentato le preoccupazioni sul fronte dell'offerta. I dati dell’industria hanno mostrato che le scorte di greggio degli Stati Uniti sono scese di circa 4,4 milioni di barili la scorsa settimana, superando di gran lunga le previsioni di un calo di 300 mila barili. Nel frattempo, l’amministrazione venezuelana e i leader dell’opposizione hanno concordato garanzie elettorali per le elezioni presidenziali del 2024, aprendo la strada a un possibile alleggerimento delle sanzioni statunitensi che potrebbe aumentare le forniture globali di petrolio.
Il membro del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea Robert Holzmann ha affermato che la guerra tra Israele e Hamas rischia di alimentare i prezzi del petrolio e, a sua volta, di spingere l’inflazione e di pesare sulla crescita, secondo quanto riportato dal quotidiano greco Ta Nea. «Ciò che è cambiato rispetto al nostro ultimo consiglio è la percezione del rischio in seguito agli ultimi sviluppi in Medio Oriente», ha detto Holzmann. «Il rischio di un aumento dei prezzi del petrolio e di conseguenza di un’inflazione più elevata e di una crescita inferiore è chiaramente aumentato», ha aggiunto il presidente della banca centrale austriaca.
La guerra tra Israele e Hamas potrebbe creare nuove sfide per l’economia europea, dallo sconvolgimento del mercato energetico all'afflusso di rifugiati, ha detto invece mercoledì il membro greco della Banca centrale europea Yannis Stournaras parlando al Financial Times. Dal momento che l’Eurozona continua ad essere un grande importatore netto di energia, il conflitto «probabilmente avrà un impatto stagflazionistico se diventasse un problema», ha detto al giornale il governatore della banca centrale greca. Secondo Stournaras, comunque, le turbolenze in Medio Oriente hanno spostato l’equilibrio contro qualsiasi ulteriore inasprimento della politica monetaria.
Le cose potrebbero ovviamente cambiare se il conflitto in Israele e Gaza si intensificasse nella regione e causasse una più ampia instabilità geopolitica e maggiori aumenti dei prezzi nei mercati globali delle materie prime. Gli analisti restano per lo più concordi che il prezzo del petrolio continuerà a viaggiare su questi livelli qualora il conflitto non dovesse ampliarsi ad altri Paesi nel Medio Oriente. L’ipotesi di un’escalation invece porterebbe il greggio a livelli ben più alti di quelli attuali e questo comporterebbe un ennesimo rischio al rialzo anche per l’indice dei prezzi al consumo.
«L’andamento del prezzo del petrolio desta un po’ di preoccupazione sul progresso dell’inflazione», spiegano gli analisti di Pictet Asset Management. «Riteniamo però», aggiungono, «che questa accelerazione sia stata prevalentemente guidata dal lato dell’offerta con considerazioni di natura geopolitica, che sembravano in via di indirizzamento tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Con gli ultimi, allarmanti, sviluppi del Medio Oriente questo aspetto potrebbe infastidire ulteriormente il mercato».
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