A Taranto non tira una bella aria. Nel quartiere Tamburi, che dal 1960 ospita Acciaierie d’Italia, la fabbrica arrugginisce, i forni si spengono e la cassa integrazione interessa sempre più lavoratori. Un declino che non pesa solo sulla scrivania del sindaco Piero Bitetti (in queste ore al lavoro per l’assestamento di bilancio comunale) ma anche su quella della presidente del Consiglio e del suo staff.
C’è infatti una verità che nessuno osa pronunciare ad alta voce nelle vicinanze di piazza Colonna a Roma. Ovvero che il tentativo di affidare la rinascita del più grande polo siderurgico italiano alla logica del privato si sta scontrando con una dura realtà: senza una regia pubblica, Taranto affonda. In parole povere, per salvare l’ex Ilva bisogna nazionalizzarla.
L’ipotesi, più volte avanzata e altrettante scartata, appare oggi l’unica possibile per garantire un futuro al gruppo da oltre un anno sottoposto al regime di amministrazione straordinaria. A descrivere questo scenario a MF-Milano Finanza è una fonte informata sui fatti, che cita una recente riunione di governo in cui si sarebbe giunti alla conclusione che l’unico modo per preservare l’impianto siderurgico è l’intervento diretto dello Stato. Ma il tema resta delicato.
Formalmente il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato di essere al lavoro per aggiornare il bando di gara finalizzato alla vendita di Acciaierie d’Italia. Una procedura competitiva «all’insegna della decarbonizzazione, con forni elettrici che andranno a sostituire gli impianti a carbone», ha dichiarato il ministro nelle scorse settimane.
Ma la verità è che nessuno sembra essere disposto a sborsare denari per acquistare l’ex Ilva. Non solo questo giornale è stato in grado di rilevare che il fondo americano Bedrock avrebbe offerto un solo euro per mantenere al 40% la produzione del sito. Ma anche che gli altri due potenziali investitori interessati - gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal Steel - avrebbero chiesto addirittura una dote per rilevare il gruppo siderurgico.
La situazione nel tarantino è ovviamente molto più complessa di quel che sembra. Così complessa che puntare il dito contro le scelte di questo governo sarebbe improprio. L’ex Ilva è reduce da anni e anni di mala-gestione: industriale, finanziaria e ambientale. Ed è anche per questo che a Palazzo Chigi, come a Palazzo Piacentini, non si può accennare alla nazionalizzazione.
Quanti soldi dovrebbe sborsare lo Stato per salvare quell’azienda che, nel 2012, il governo Monti stimò essere in grado di contribuire all’economia italiana per un punto di pil? L’unica persona che potrebbe aprire un dialogo in tal senso con la premier Giorgia Meloni sembra essere il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Numeri alla mano, ca vas sans dire. Perché Acciaierie d’Italia ha bisogno di tanti soldi, e non solo per riuscire a decarbonizzare gli impianti.
Per il mantenimento della produzione e dell’occupazione, si stima che siano necessari almeno cinque miliardi di euro, ma le cifre variano a seconda degli interventi necessari per la ripartenza e la messa in sicurezza dello stabilimento (come la decarbonizzazione). Alcune stime parlano addirittura di 13 miliardi per un completo risanamento. Per non parlare del fatto che, secondo diverse analisi, il gruppo perde 40 milioni di euro al mese. Riuscirà il titolare del Mef, alle prese con la prossima legge di Bilancio, a far quadrare i numeri mettendo in conto il salvataggio dell’ex Ilva? (riproduzione riservata)