A sei anni dall’entrata in vigore della direttiva europea PSD2, nata per condividere con sicurezza i dati bancari tra gli istituti, l’open banking in Italia mostra finalmente segnali di maturazione. Secondo un’analisi della Centrale Rischi Finanziari, il tasso di connessione dei conti correnti ai servizi digitali è salito al 57,4% nel primo semestre del 2025, otto punti percentuali in più rispetto all’anno precedente.
L’obiettivo della normativa, varata nel 2019, era quello di creare un mercato bancario concorrenziale e trasparente, dove il cliente potesse condividere i propri dati per ottenere offerte personalizzate, tassi migliori e un accesso più equo al credito. Un principio semplice che, come spiega Simone Capecchi, executive director di Crif, ha avuto una partenza lenta: «In Italia l’open banking ha incontrato difficoltà iniziali per ragioni culturali e tecniche. Ma oggi iniziamo a vedere segnali timidi ma concreti di svolta».
Il cambiamento, sottolinea Capecchi, è legato alla semplificazione delle procedure digitali. All’inizio, infatti, la doppia autenticazione richiesta per ogni collegamento rendeva l’esperienza «farraginosa», scoraggiando molti utenti.
Ora la connessione è più fluida e i vantaggi sono più chiari: la condivisione cresce tra i giovani della generazione Z (+3,2%), e tra i baby boomers (+0,3%). Per i più giovani l’open banking è un modo per farsi conoscere dalle banche anche senza avere una storia creditizia, mentre per gli altri è soprattutto un’occasione di risparmio: «Condividendo certi dati, si possono ottenere sconti e prodotti migliori. Conviene a tutti», osserva Capecchi. (riproduzione riservata)