La riforma del Tuf mira a modernizzare il mercato finanziario italiano, allinearlo alle migliori pratiche europee e rendere più efficace l’allocazione del risparmio privato. È questa la sintesi delle priorità di una riforma, quella che riguarda il Testo unico della finanza, che il sottosegretario all’economia, Federico Freni, ha presentato mercoledì 19 novembre a Montecitorio in audizione davanti le commissioni riunite di Giustizia e Finanze.
Per essere più precisi, quello presentato dal sottosegretario è solo il primo decreto legislativo di un testo che «cerca di allineare la normativa italiana a quella europea provando a intercettare tutte le migliori pratiche, con una normativa più flessibile e adeguata al mercato». Il secondo decreto, invece, dovrebbe essere trasmesso entro la fine dell’anno al Parlamento e «riguarderà reati e sanzioni».
Freni ha ricapitolato, tra citazioni evangeliche ed esempi più concreti, quelli che sono i cardini della riforma: una governance più flessibile (con l’introduzione di un «sistema più facile, tipo menù del ristorante»), l’allineamento alla prassi europea sulla soglia per le offerte pubbliche (rimuovendo i doppi scaglioni e adeguandosi allo standard europeo del 30%), la semplificazione del listing, delisting e downlisting («perché nessuno entra in una stanza dove si viene chiusi a chiave»), l’apertura a una gestione più snella delle assemblee societarie («mettendo in piedi il primo ordinamento europeo che introduce la possibilità di utilizzo di strumenti di AI») e l’amplificazione dei poteri delle Autorità di Vigilanza («chiamate non solo al controllo sanzionatorio ma anche a un ruolo più collaborativo con gli operatori»).
E questo era il «merito» del nuovo Tuf. Poi il sottosegretario ha fornito una spiegazione del «metodo» con cui è stato redatto: «Abbiamo scelto una commissione tecnica composta da professori, autorità ed esperti, escludendo volutamente enti ed associazione, vedendo nel Parlamento il luogo finale di sintesi». Sul punto Freni ha insistito ribadendo la «piena e incondizionata disponibilità del governo a estendere il termine per il parere anche ben oltre i 30 giorni previsti. Perché è necessario che ci sia tutto il tempo per audire, ragionare e immaginare tutte le più giuste e sagge modifiche al decreto».
Dopo i passaggi sul merito e sul metodo, la parola è passata a chi, tra le commissioni, l’ha chiesta. E il sottosegretario ha scelto di rispondere «anzitutto» a quelle arrivate dall’opposizione. Prima fra tutte quella dell’onorevole Bruno Tabacci che ha citato il risiko bancario e ha ipotizzato, parlando della semplificazione delle disciplina delle società quotate, una copertura per l’operazione Monte Paschi di Siena-Mediobanca «che è stata pilotata dal governo con totale assenza di trasparenza, in particolare sulla vendita della terza tranche del 15% di azioni Mps ai quattro concertisti in evidente conflitto di interessi».
E dopo l’accusa è arrivata la risposta. «Al netto di ogni valutazione politica, è ingeneroso ritenere che la più grande riforma del mercato finanziario degli ultimi trent’anni sia un’operazione di copertura di attività svolte da soggetti privati», ha chiarito. «Il Parlamento non ha espresso neppure un voto contrario sulla delega. Questa riforma non interviene su quelle operazioni e non ha attinenza con esse». Detto questo, per Freni il «giudice di questa riforma sarà il mercato: se nel tempo avremo un’inversione dei delisting allora avremo avuto successo». (riproduzione riservata)