Dal vertice della Shanghai Cooperation Organization alla parata militare di Tianjin, la Cina ha mandato un messaggio chiaro: vuole essere protagonista nel ridisegnare gli equilibri globali. Mentre gli Stati Uniti difendono il loro primato e l’Europa appare divisa, Xi Jinping punta a consolidare il «sogno cinese» tra supremazia tecnologica e ambizioni geopolitiche. In questo scenario l’ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina e direttore dell’Atlante Geopolitico Treccani, spiega a Class Cnbc le sfide di un ordine internazionale sempre più instabile e il ruolo che può giocare l’Italia.
Risposta. Siamo in una fase di disordine. Non a caso quest’anno l’Atlante Geopolitico Treccani sarà dedicato proprio al «nuovo disordine internazionale». Stiamo assistendo al passaggio da un ordine plasmato dopo la Seconda Guerra Mondiale dagli Stati Uniti e dall’Occidente a un nuovo assetto che le potenze emergenti - Cina, India, Paesi del Sud globale e i cosiddetti Brics - vogliono ridefinire per far valere anche le proprie esigenze. La richiesta principale è avere più peso nelle decisioni economico-finanziarie mondiali. La spinta verso la de-dollarizzazione è un segnale chiaro: non vogliono più essere spettatori passivi, ma protagonisti delle scelte geopolitiche e geoeconomiche.
R. In parte sì. Con i dazi usati come arma geopolitica e un approccio imprevedibile, Trump ha interrotto varie forme di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Così la Cina ha potuto presentarsi come potenza responsabile, prevedibile e multilateralista. È uno dei messaggi emersi dal vertice di Tianjin della Shanghai Cooperation Organization. Anche la parata militare, che ricordava la fine della guerra in Asia, è andata nella stessa direzione: mostrare una Cina forte e determinata a plasmare i futuri equilibri globali.
R. Xi ha un obiettivo preciso: realizzare il “sogno cinese” entro il 2049, centenario della Repubblica Popolare. Significa riportare la Cina al centro del mondo. Per riuscirci servono tre pilastri: crescita economica stabile (almeno al 4-5% per garantire occupazione e stabilità), progresso tecnologico e rafforzamento militare. Pace e stabilità non sono un fine in sé, ma funzionali a questa strategia.
R. La Cina ha strumenti economici e politici per orientare Mosca verso un dialogo, ma la scelta finale resta nelle mani di Putin. Il presidente russo è relativamente impermeabile alle pressioni esterne, perché considera prioritario raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina. Xi può influenzare tempi e contesto negoziale, ma non convincere la Russia alla pace.
R. È in equilibrio strategico. L’India è partner fondamentale di Washington per contenere la Cina, ma paradossalmente sono stati proprio gli americani, imponendo dazi al 50%, a spingerla verso Pechino. È un messaggio politico ed economico molto forte. I dazi Usa frenano la manifattura indiana, che cerca altri mercati e partner. L’India mantiene legami energetici e militari con la Russia e rivendica un’autonomia strategica per non dipendere eccessivamente da nessuno.
R. Senza dubbio. L’intelligenza artificiale, ad esempio, si fonda sulla disponibilità dei dati: negli Stati Uniti sono in mano alle big tech, in Cina allo Stato, mentre in Europa prevale un approccio regolatorio. Gli Usa restano avanti sui semiconduttori di frontiera, ma la Cina accelera sulle applicazioni e sull’ecosistema interno, con piattaforme come Alibaba Cloud, Baidu e i chip domestici di Huawei. Sta emergendo così una bipolarità imperfetta: gli Stati Uniti mantengono il primato, ma la Cina riduce la dipendenza e costruisce un proprio ecosistema.
R. L’Europa ha un ruolo e deve esserne consapevole. È un mercato vastissimo, molto ambito da Stati Uniti, Cina e India. È una potenza regolatoria e tecnologica. Ma soffre due problemi: la frammentazione politica, con l’unanimità che spesso paralizza le decisioni su difesa e politica estera, e la frammentazione strategica e industriale. I fondi ci sono, ma vengono usati male. Questo è percepito come una debolezza. Non a caso la Cina cerca di bilateralizzare i rapporti, trattando con i singoli Paesi. Se l’Europa acquisisse maggiore consapevolezza e fosse disposta a cedere qualcosa in termini di sovranità, sarebbe più autorevole e competitiva.
R. La nostra diplomazia è sempre stata un ponte: tra Nord e Sud Europa, tra Est e Ovest. Oggi, con la stabilità del governo e una consolidata capacità di dialogo, l’Italia può esercitare un ruolo rilevante nel rafforzare la coesione europea. Deve muoversi in sintonia con l’Unione Europea. Da sola rischierebbe di essere marginale, ma in un quadro europeo coeso può valorizzare posizione geografica e capacità industriale.
R. Si apre una finestra per rafforzare il nostro ruolo nel Mediterraneo, attrarre investimenti e avere maggiore peso nei programmi europei su difesa, energia e tecnologie. L’Italia può evolvere da semplice attore tra tanti a pivot industriale e diplomatico.
R. Serve un approccio selettivo: piena apertura nei settori non sensibili, protezione rigorosa delle tecnologie strategiche, diversificazione delle filiere critiche. Cooperazione economica sì, ma senza vulnerabilità. E soprattutto, voglio ribadirlo, muovendosi in concerto con l’Unione Europea. (riproduzione riservata)