In Italia circa 4,5 milioni di persone soffrono di osteoporosi, di cui l’80% donne in post-menopausa. La patologia comporta una ridotta massa ossea, un aumentato rischio di fratture da fragilità e una conseguente disabilità. «L’osteoporosi è una malattia invalidante, ma che non ha ancora trovato adeguata sensibilità nella classe medica: solo il 15-20% dei pazienti affetti da tale patologia riceve una diagnosi e un trattamento», afferma il dottor Ferdinando Silveri, vicepresidente Comitato scientifico FEDIOS, Federazione italiana osteoporosi e malattie dello scheletro. «È bene ricordare che una precedente frattura è già un importante campanello di allarme per il rischio di nuove fratture e appare necessario sensibilizzare sul tema, anche per le conseguenze sulla qualità di vita che le fratture da fragilità producono, oltre che per i costi economici individuali e collettivi della loro gestione».
A livello di terapie, una delle più recenti è rappresentata da abaloparatide di Theramex, un farmaco anabolico che stimola la formazione di nuovo tessuto osseo e che pochi mesi fa ha ottenuto la rimborsabilità da parte dell’Aifa. Si tratta di una soluzione iniettabile sottocute in penna preriempita, utilizzabile per 18 mesi e indicata per curare l’osteoporosi nelle donne in post menopausa ad aumentato rischio di frattura.
«Rispetto ad altri farmaci come teriparatide, abaloparatide consente di includere più ampie categorie di pazienti, prevedendo il trattamento anche per pregresse fratture extra vertebrali in distretti come per esempio omero, polso, tibia, osso sacro e ha dimostrato una maggiore efficacia nell’aumentare la densità minerale ossea dell’osso corticale, la parte esterna più dura delle ossa, particolarmente espressa a livello del femore», precisa Silveri. «La presenza, inoltre, di questo nuovo farmaco amplia le opzioni di trattamento e favorisce quindi una giusta sequenzialità delle cure, che devono variare negli anni secondo un approccio su misura per la singola paziente».
Tra i fattori di rischio di osteoporosi e fratture da fragilità ci sono l’età avanzata, il sesso femminile, una menopausa precoce, un basso indice di massa corporea, l’assunzione di farmaci come il cortisone, patologie come l’artrite reumatoide e la familiarità per fratture vertebrali e di femore.
«Esistono tuttavia altri fattori di rischio di comportamento che possono essere modificati, come l’astenersi dal fumare e ridurre il consumo di alcol, caffè e sale da cucina. Seguire una corretta dieta mediterranea assumendo frutta, verdura, latticini, frutta secca con guscio ma anche proteine da carne, pesce e uova consente di introdurre un buon apporto di calcio e microelementi favorevoli per fortificare ossa e anche muscoli. A ciò va poi sempre abbinata una buona esposizione solare per la sintesi di vitamina D e l’attività fisica, con continuità e costanza, sotto controllo medico. Infine, dopo i 65 anni, o anche prima in caso di altri fattori di rischio, l’esame di screening a cui sottoporsi è la “densitometria ossea (MOC)”, che misura la robustezza dell’osso». (riproduzione riservata)