Nel Diavolo veste Prada 2 i drink sono una dichiarazione d’identità. Ecco le etichette nascoste e il loro significato
Dallo champagne segno di potere al quiet luxury di Miranda passata dal caffè al rosé, ecco chi beve che cosa e perché...
L’uscita ufficiale del seguito Il Diavolo veste Prada 2 per l’Italia è il 29 aprile fino alle 9.00 di mattina di mercoledì ogni contenuto del film è coperto da uno rigoroso embargo. Fino ad allora è tutto segretissimo. Così segreto che tutti sapevano già tutto. Il ritorno di Andy chiamata alla redazione di Runway per salvare la rivista da un epic fail, il ridimensionamento di Miranda, negli anni della crisi dell’editoria su carta stampata, con tanto di trasferta in classe economy per le sfilate stavolta di Milano (di sicuro la cosa non è passata inosservata in città) e non Parigi. Insomma, come diceva il preside Silente ad Harry Potter sul finale della Pietra filosofale: «Quello che è accaduto nei sotterranei tra te e il professor Raptor è segretissimo, perciò, naturalmente, tutta la scuola lo sa». E lo sanno molto bene anche quelli della 20th Century Studios e di Disney+ che hanno gestito alla perfezione ogni singolo dettaglio e frame, dai trailer alle indiscrezioni poche e ben centellinate.

Ma alla fine, la trama non è la cosa più interessante del film, quanto il fenomeno di costume che gli ruota attorno. La storia, in sintesi, era ed è una delle tante rivisitazioni della favola di Cenerentola con tanto di fatina buona (Nigel/Stanley Tucci con il suo guardaroba dei sogni), aggiornata al terzo millennio quando per le ragazze sistemarsi definitivamente e trovare il proprio posto nel mondo non voleva dire più di trovare il principe azzurro, ma il lavoro dei sogni. E per farlo deve affrontare le sorellastre cattive, da Andy ribattezzate le tacchettine, che calzano tutte alla perfezione scarpe a stiletto firmate ticchettando per atri di marmo fino ai loro uffici per cercare di passare dal cubicolo senza finestre allo skyline di Miranda Priestly, perché come dice sul finale del film la Streep «Tutti vogliono essere noi», tra le battute, molte, diventate cult del film.

E per questo sono disposte a tutto, a sacrificare personalità e vita privata e ad accettare ogni sacrificio ripetendosi come un mantra che ne vale la pena. «Amo il mio lavoro, amo il mio lavoro», ripete come un mantra la prima assistente di Miranda, Emily Blunt mentre cerca di stare al passo con le sue richieste impossibili ed è costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. La frase, nel frattempo, è diventata un hashtag #ilovemyjob e per le nuove generazioni suona del tutto diverso: non più gavetta da potersi rivendere nel proprio viaggio verso la vetta, ma sfruttamento mascherato come posizione di prestigio. E infatti nel sequel la nuova PA di Miranda è costretta a farle notare continuamente le possibili ripercussioni delle sue uscite.

In vent’anni è cambiato tutto anche le policy aziendali per la gestione del personale, ma senza rovinare il finale a nessuno (no spoiler allert) si può dire che tutto cambia perché tutto resti uguale: alla fine anche per il sequel vale il mantra Tutti vogliono essere noi. Anzi, tutti vogliono essere Miranda e la Streep giganteggia su tutti e tutto. Persino sull’Ultima cena di Leonardo con il suo breve monologo rivolto ad Andy sulla fallacità umana e il tradimento della fiducia. Intenso ma quello mitico del ceruleo resta inarrivabile (la spiegazione dell’essenza ed esistenza dell’universo moda in due pagine di script).

Cibo protagonista solo all’anteprima di Milano
Un fenomeno di costume che in vent’anni non si è affatto affievolito come ha dimostrato tutta l’attenzione e l’aspettativa perfettamente centellinata e gestita da produttori e distributori. Sono riusciti a confezionare un evento in piena hype come si dice oggi, persino all’anteprima milanese in Rinascente senza cast. Niente Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci (che si sono fermati a Londra). Ma con Federica Panicucci come maestra di cerimonie tutta di rosso vestita, il conchiglione di pasta Garofalo trasformato in antipasto stellato da Niko Romito e la torta finale di Ernst Knam sovrastata da una scarpetta rosso di cioccolato naturalmente con tante tortine incorniciate di popcorn caramellato e ciliegina on top. In mezzo fiumi di Champagne Moët & Chandon, per rinsaldare il suo legame indissolubile con la settima arte che, sottolineano dalla maison affonda le sue radici sin dagli albori della cinematografia e il suo savoir-fête che la contraddistingue sin dal 1743. Per chi all’effervescente preferisce il fermo, c’era l’alternativa del rosé provenzale sempre parte del gruppo Moët Hennessy, con The Whispering Angel dello Château d'Esclans, servito in scenografiche coppe di plastica rosa.

Champagne come celebrazione del potere
Anche se il brand non figura nei titoli di coda del film, le bottiglie di Moët & Chandon con il loro bel fiocchetto al collo fanno la loro apparizione nel film ben riconoscibili in una delle scene clou del film: la festa del patron di runway, Irv Ravitz, editore a capo del gruppo Elias-Clark. Mentre in un altro momento importante della storia nella mega villa sul Lago di Como del fidanzato di Emily, miliardario del tech, per brindare alla definizione dell’accordo viene servito in giardino del Krug ghiacciato, sempre per restare dalle parti di Moët Hennessy. Etichetta inquadrata di sfuggita ma bottiglia difficile ma confondere con il suo collo affulosato.
Il rosé quite luxury di Miranda
Sul fronte del rosé è un’altra bottiglia a rubare la scena nel film. Anche questo in un momento determinante della storia: per la prima volta si vede una Miranda quasi umana che is concede di brindare al proprio successo (niente spoiler anche in questo caso) la glaciale direttrice nell’intimità della sua villa dove Andy invitata insieme a tutto il gotha della New York che conta, ne è per caso testimone.
La scena in cucina è fugace ma la bottiglia è facile da riconoscere, come dicono oggi i ragazzi IYKYK (If you know you know, se lo sai lo sai). Le linee affusolate a richiamare le colline provenzali sono quelle inconfondibili del rosé dei Domaines Ott, distribuito in Italia da Sagna. Un rosé raffinato e di grande struttura, perfetta espressione dello stile quite luxury tipico degli Hamptons, come i vestiti che presta ad Andy la fatina buona Nigel/Tucci per il weekend.

Rosso familiare
Anche sul fronte food and beverage, vent’anni non sono passati indenni e i cambiamenti di abitudini sono bene visibili nel passaggio da un film all’altro. Il vino rosso protagonista delle uscite in doppia coppia di Andy, al ristorante dell’allora fidanzato, aspirante chef, nel seguito si limita al singolo bicchiere condiviso con le confidenze tra donne sul divano della sua amica gallerista. Per il resto sono bollicine e rosé, più amati dalle nuove generazioni, a prendersi una bella rivincita anche sul grande schermo.
Martini sociale
Per le uscite sociali, invece questa volta sotto i riflettori finiscono i cocktail, anzi il re dei cocktail, il Martini con cui Andy pasteggia al primo appuntamento romantico con l’imprenditore immobiliare. A conferma del nuovo rinascimento del grande classico che sta vivendo una nuova giovinezza anche tra Millennials e GenZ (in piena controtendenza No-Low), sedotti dal drink e dalla sua iconica coppa. Ma segna anche il passaggio alla maturità di Andy: nel primo film lo stilista protegé di Miranda, James Holt, le offre un bicchiere di Punch al rum, s’immagina, da cui il riccioluto giornalista gaudente la mette in guardia perché è così forte che ci si ritrova «la mattina dopo nudi con solo un poncho e un cappello da cowboy» (sic).
Espresso Martini modaiolo
A differenza delle amiche Cosmopolitan dipendenti di Sex & the City, la mixology nel primo film era davvero bistratta, ma nella seconda puntata si prende una bella rivincita tanto che al film Grey Goose dedica un signature cocktail The Devil's Roast, twist sull’Espresso Martini, con front woman la super top Heidi Klum. Nota a margine anche il marchio di vodka del gruppo Bacardi fa la sua apparizione alla festa di Irv, anzi s’intravvede il volo delle oche blue sul lungo collo delle bottiglie mentre Andy prende una coppa di champagne (d’altra parte festa chiama bollicine).

D’altra parte il nuovo classico della miscelazione al caffè nasce proprio nell’ambiente fashion. La paternità dell’Espresso Martini è comunemente attribuita a Dick Bradsell, barman londinese, che avrebbe inventato la ricetta su richiesta di una modella (la cui identità non è dato sapere) che entrando al suo bar di Soho, gli aveva chiesto un cocktail che «mi svegli e poi mi mandi in palla». Perfettamente in linea con la dieta della maggior parte delle protagoniste del primo episodio: niente carboidrati e tanta caffeina con bicchieroni di Starbucks presi rigorosamente on the go, correndo in ufficio prima che Miranda arrivasse lanciando cappotto e borsa sulla loro scrivania.
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Ora la policy è cambiata, Miranda non può lanciare il cappotto, le modelle per il sequel sono state rigorosamente scelte non troppo scheletriche, ma la stella verde di Starbucks continua a brillare alta per tutte le fashioniste. Per il resto di cibo se ne vede poco pure nel secondo film, nonostante le molte scene girate in Italia, s’intravvede giusto un hamburger fatto arrivare con il room service nella camera di Andy e viene citato un baccalà mantecato, ma serve solo a Nigel a tenderle un’imboscata per capire dove sia stata realmente. Ma in tutti i banchetti, agli Hamptons così come al Cenacolo, il cibo non solo è protagonista ma non si vede… Il diavolo d’altra parte qui non fa le pentole né i coperchi, ma veste Prada e Chanel (nel primo) e Dior (nel secondo)... (Riproduzione riservata)
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