L’Europa si riarma, chiede l’aumento delle spese per la difesa e probabilmente pretenderà l’invio di truppe nazionali in Ucraina per garantire una pace futura. La Germania fa altrettanto ma con soldi veri, fino a 1.000 miliardi di euro, più del Next Generation Eu. Donald Trump e Vladimir Putin raggiungono una mezza intesa sulla fine del conflitto tra Mosca e Kiev e Volodyimyr Zelensky comincia a piegarsi ai loro voleri.
E l'Italia che fa? Disquisisce sul Manifesto di Ventotene, innegabilmente base della nascita dell’Unione Europea, perché la premier Giorgia Meloni ne attacca alcune tesi in Parlamento dimenticando il valore evocativo di quel testo, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni al confino fascista e non in vacanza per caso.
Il risultato di quanto accaduto in Parlamento mercoledì 19 marzo è che l’Italia rischia l’irrilevanza in Europa e presso il Consiglio europeo, perché dimostra di non aver fatto pace col suo passato. Eppure, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proprio in visita a Ventotene, spiegò come si deve partecipare all’Unione: condividendo con gli altri Paesi membri una «sovranità condivisa».
Rispondendo alle domande di alcuni studenti in visita sull’isola pontina, divenuta meta di studio come lo è Auschwitz, e questo dovrebbe già spiegare tante cose a chi pare non capire, il Capo dello Stato fu chiarissimo. «Ogni grande cambiamento è preceduto da vigilie, da periodi di resistenza, da preparazione di tempi migliori. Ed è quello che avvenne qui, allora, a Ventotene. Il fascismo aveva mandato qui diverse persone per costringerle a non pensare, o quanto meno impedire che seminassero pericolose idee di libertà. Con coloro diretti al confino, come Spinelli, Rossi, Colorni, e con quelli reclusi a Santo Stefano, come il mio predecessore, Sandro Pertini, il futuro presidente dell’Assemblea Costituente, Terracini, in quel carcere borbonico in cui già erano stati rinchiusi un secolo prima Silvio Spaventa e Luigi Settembrini».
Bisogna pensare al contesto in cui nasce il Manifesto «che era questo, per rendersi conto di che cosa intendono dire a noi ancora - oltre che ai loro contemporanei - Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni con il Manifesto. Chiedendo a tutti quanti, esortando tutti quanti, a vigilare in difesa della democrazia contro le derive che mettono in pericolo la libertà».
Mattarella non avrebbe potuto spiegare meglio, come ha messo in prosa su Raiuno Roberto Benigni, il valore simbolico del Manifesto di Ventotene, che si può criticare, ci mancherebbe, come ha fatto tante volte chi scrive e come hanno fatto coloro che poi hanno costruito l’Unione europea, dimenticandone il valore sociale, ma non si può negare che per tutti i partiti storici che hanno fatto l’Europa quello scritto redatto nel 1941 rappresenti ancora oggi la costituzione federalista mai promulgata nel nostro vecchio continente.
Ammaccati ideologicamente, perché la destra non ha testi alternativi da opporre alla Costituzione antifascista e al Manifesto, come anche al Trattato di Roma, e divisi al proprio interno, i partiti che compongono la maggioranza, ad eccezione dell’europeista Antonio Tajani leader di Forza Italia, rischiano di prendere sentieri diversi di fronte alla richiesta netta che arriva dai partner europei: quella di riarmarsi senza indugio, emettendo nuovo debito nazionale e poi inviando nel caso truppe di volenterosi. Una richiesta che non è escluso arriverà anche da Trump, che Meloni vuole tenere in contatto con l’Ue.
La premier, parlando al Senato, dove è stata molto chiara sul punto, ha detto che l’Italia non invierà mai soldati italiani in Ucraina ma si batterà per una soluzione Nato, così come non distrarrà risorse alla sanità e ai servizi essenziali - la ascoltava a Palazzo Madama un livido Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia - per aumentare la spesa per la difesa, prediligendo l’emissione di eurobond, come qualche ora prima aveva ricordato sempre al Senato Mario Draghi.
Peccato che nessuno dei due abbia spiegato che l’emissione di nuovo debito comune per finanziare gli 800 miliardi di euro del ReArm Europe non è attualmente possibile perché l’esiguo bilancio dell’Unione, scarsi 200 miliardi di euro, non lo permette. Così come la situazione esplosiva in Turchia per il momento emargina Ankara dalla possibilità di partecipare ad una forza di pace in Ucraina.
In questo contesto l’Italia si troverà nelle condizioni di dire subito in Consiglio Europeo e ai partner inglesi, francesi e tedeschi se vorrà aumentare il suo debito, pur scomputabile dal limite del 3%, per finanziare la difesa orfana degli armamenti americani e se deciderà davvero, sentito però il presidente Mattarella, capo delle forze armate, di non partecipare a missioni militari in Ucraina. Il sentiero per il governo, che soffre dei diktat neutralisti della Lega di Matteo Salvini, è davvero molto stretto e può diventare accidentato e pericoloso in futuro.
Ironia della sorte, nemmeno si può dire che l’esecutivo abbia una strada chiara, concertata e difficile ma che la voglia però conseguire, come invece sostenevano alla fine del Manifesto federalista proprio Rossi e Spinelli.
Sarà meglio lasciar perdere le provocazioni politiche e governare un Paese che già deve fare i conti con pesanti nubi di recessione economica a causa anche di un costo dell’energia che triplica il prezzo di un auto Stellantis prodotta in Italia invece che in Spagna. Con la guerra non si scherza. (riproduzione riservata)