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Ma l’AI è una bolla? Tra spese vertiginose e multipli alti, gli esperti si interrogano sul futuro del settore
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Ma l’AI è una bolla? Tra spese vertiginose e multipli alti, gli esperti si interrogano sul futuro del settore

22 agosto 2025, 19:50 Ultimo aggiornamento: 19:56

Dopo l’allarme lanciato dall’ad di OpenAI, Sam Altman, gli investitori hanno venduto i titoli tecnologici e il mercato ha qualche dubbio: si tratta di una rivoluzione o piuttosto di speculazione? Multipli e spese delle big tech sono fuori controllo? 

Dopo Ferragosto le borse americane si sono prese una pausa dal rally che ha consentito ai listini di aggiornare i record storici nella prima metà del mese. Fin qui, niente di sospetto. L’S&P 500 ha recuperato ampiamente dopo la brusca correzione accusata in primavera, guadagnando circa il 30% dal minimo toccato a inizio aprile 2025. Ma la debolezza con cui l’indice ha iniziato la seconda metà di agosto, con sei sedute consecutive chiuse in rosso (tra il 15 e il 21 agosto), è legata a doppio filo all’arretramento dei suoi gioielli: i Magnifici 7.

Amazon, Alphabet (Google), Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla hanno bruciato decine di miliardi di dollari di capitalizzazione in meno di una settimana. Il motivo? Il timore che l’intelligenza artificiale, su cui tutte hanno investito cifre imponenti, sia una bolla. La stessa paura ha fiaccato il Nasdaq, dove si concentrano i titoli tecnologici, che tra il 15 e il 21 agosto 2025 ha ceduto il 3%.

L’avvertimento di Altman

Tutto è iniziato con un articolo del sito The Verge in cui l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, esprimeva la preoccupazione che gli investitori siano «troppo entusiasti» sull’AI. L’avvertimento, arrivato proprio dal padre di ChatGpt, ha alimentato timori tra gli degli operatori. Che hanno cominciato a vendere i titoli più esposti. «La massa investe per narrativa. Quando emergono segnali contrari, il mercato ricalibra violentemente. Emblematico è il caso di Palantir: +106% da inizio anno ma -15% in una settimana e sei sedute negative consecutive», ha scritto Gabriel Debach, market analyst di Etoro. Ad alimentare la paura è arrivato anche un report del Mit, secondo il quale solo il 5% dei programmi pilota di intelligenza artificiale delle aziende produrrebbe una rapida accelerazione dei ricavi.

A buttare acqua sul fuoco ci ha provato Sarah Friar, cfo di OpenAI, ai microfoni di Cnbc. «Credo che ciò che Sam ha detto - e con cui concordo - è che riteniamo l’AI la più grande rivoluzione vista finora. E non vedo alcun rallentamento», ha detto Friar. «Ci sono momenti in cui gli investimenti non portano i frutti sperati, capita in ogni epoca, ma l’era dell’AI è appena iniziata. Alcuni parlano già di bolla, ma non è così. È come le ferrovie o l’elettricità. Internet, a posteriori, è stato relativamente leggero in termini di capex, mentre l’AI è vorace».

I costi proibitivi dell’AI

Le spese sono indubbiamente elevate. Microsoft, Google e Meta hanno previsto esborsi che, sommati, superano i 215 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso. Amazon, da sola, ha annunciato un piano di investimenti da 100 miliardi, buona parte dei quali saranno destinati all’intelligenza artificiale. Tuttavia la disputa sulla bolla ruota soprattutto intorno ai multipli.

«I Magnifici 7 sono scambiati a un p/e di quasi 40 ma, a parte Tesla, le altre hanno a un rapporto medio di 20, ben inferiore ai multipli che i principali titoli tecnologici esprimevano nel 2000 (all’epoca della bolla delle dot.com, ndr), molti dei quali avevano un p/e superiore a 1.000», sostiene Richard Clode, portfolio manager di Janus Henderson Investors. «Ora è fondamentale essere selettivi».

Inoltre «alcune big tech stanno riducendo la liquidità e ciò solleva timori tra gli investitori: da un lato che l’impiego del cash non generi ritorni adeguati, dall’altro che possa essere interamente assorbito dall’AI», aggiunge Giacomo Calef, country head Italia di Ns Partners. «Il rischio è che aziende tradizionalmente ad alta redditività si trasformino in realtà capital intensive, con margini più bassi e un maggiore livello di indebitamento. L’AI resta un motore di crescita e innovazione, ma il messaggio dei mercati è chiaro: non ogni valutazione è giustificabile, non ogni spesa è sostenibile». (riproduzione riservata)



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