Longevità a tavola? Un bicchiere di vino al giorno. E tra i 40-65 anni il vantaggio è ancora più significativo
Il professor Giovanni Scapagnini, luminare della longevità, riabilita il consumo consapevole di vino che agisce come uno scudo contro lo stress, favorendo il relax e la socialità
Mai prima d’ora il vino si era trovato al centro di un attacco incrociato, nel quale si sommano critiche del mondo scientifico, consumi in calo, cambiamenti climatici e norme sempre più restrittive. Un contesto che mette in crisi una relazione che affonda le sue radici fin nella preistoria e dunque anche nella nostra genesi come specie. «La storia del vino comincia prima dell’uomo, quando i nostri antenati cercavano frutti troppo maturi, già leggermente fermentati, come fonte di gusto ed energia supplementari», ha ricordato Giovanni Scapagnini, professore di Nutrizione clinica all’università del Molise, durante la presentazione, qualche tempo fa a Verona, di un progetto interdisciplinare voluto da Signorvino, società del gruppo Oniverse, per promuovere un dibattito culturale sul vino e analizzare il ruolo benefico di un suo consumo moderato. «Nel corso dell’evoluzione umana persino il nostro Dna è mutato per rendere il metabolismo dell’etanolo più efficiente e farlo diventare un tratto genetico vantaggioso da trasmettere alle generazioni successive. Uno studio pubblicato su Science nel 2023 ha persino anticipato l’inizio della domesticazione della vite selvatica all’11mila a.C., prima dell’inizio della coltivazione del grano. È la vite insomma ad averci trasformato da pastori nomadi a coltivatori sedentari. Non a caso, anche nella mitologia biblica, quando Noe scende dall’Arca dopo il Diluvio pianta una vite, non un ulivo o una spiga».

A questi suggestivi elementi antropologici potrebbero seguire infiniti esempi di quanto il vino sia innestato nello sviluppo della civiltà occidentale, dai simposi greci alla simbologia cristiana, ma la risposta più attesa è quella che la scienza è chiamata a fornire sul fronte della salute. E il professor Scapagnini, da vicepresidente della Società Italiana di Nutraceutica che da anni si dedica allo studio dei meccanismi biologici dell’invecchiamento e alle strategie volte a prolungare la vita in buona salute, non si sottrae al confronto. Anzi, rilancia sottolineando gli effetti benefici di un consumo moderato di vino. «Tanti studi l’hanno dimostrato: il vino, se inserito in un contesto di consumo consapevole, agisce come uno scudo contro lo stress, favorendo il relax e la socialità. Lo studio Seven Countries, pubblicato nel 2000 e in base al quale è stata costruita la piramide della Dieta Mediterranea, aveva valutato un consumo di vino che nei maschi adulti sani, tra i 45-64 anni, portava benefici anche fino a 5 bicchieri al giorno. Gli studi più recenti hanno ridimensionato questo dato sui giovani, ma, in compenso, lo hanno confermato per i più adulti. Anzi, può sembrare strano ma i benefici del vino aumentano con l’età».
Di recente si sono aggiunti i risultati di alcuni trial, soprattutto per le patologie cardiovascolari. «Lo studio Predimed aveva rilevato un’assunzione moderata e regolare di vino, in particolare 2-7 bicchieri di vino a settimana, associata a una minore incidenza di depressione rispetto a chi praticava l’astensione. Al contrario, i consumi elevati mostravano un rischio maggiore naturalmente», spiega il professor Scapagnini. «L’European Heart Journal ha pubblicato un approfondimento su soggetti con rischio cardiovascolare che analizza un biomarcatore specifico del vino, l’acido tartarico, consentendo dunque di distinguerne gli effetti da quelli generici dell’alcol, e che dimostra come, entro una soglia fissata in 35 bicchieri al mese, il vino riduce i rischi di ammalarsi del 30%. Un dato incontestabile per numeri, approccio e durata dello studio, tanto che hanno rivisto le proprie posizioni sia la società europea di cardiologia sia l’American Heart Association».
Dagli Stati Uniti arriva una delle proposte più forti, quella di inserire sulle etichette delle bottiglie l’avvertimento «nuoce gravemente alla salute». «Una proposta folle», obietta il ricercatore. «Per quanto, sul piano oncologico ci sia un consenso unanime e non negoziabile: tutte le bevande alcoliche, vino incluso, aumentano il rischio di vari tumori in modo dose-dipendente. Non bisogna però farsi ingannare dalle statistiche. Si tratta di parametri relativi che, tradotti in numeri assoluti, incidono pochissimo sulla cifra reale dei malati: se un bicchiere di vino aumenta del 3% il rischio di ammalarsi di una malattia che colpisce 10 persone su 100mila, significa che non saranno nemmeno 11 alla fine del calcolo. Ci sono altri fattori dietetici che spostano il rischio oncologico in misura comparabile o maggiore, come insaccati, carne rossa, alimentazione ad alto carico glicemico. Persino la pasta, se consumata tutti i giorni».
Nessuno vuole negare, insomma, la pericolosità dell’alcol, e soprattutto del suo consumo in eccesso, quello sì molto dannoso, ma varrebbe la pena ricontestualizzare gli effetti di un’assunzione moderata di vino, meglio ancora se rosso, durante i pasti, in un contesto conviviale. «A queste condizioni, mi sento di sostenere, da studioso della nutrizione e della longevità, che non solo non fa male ma, anzi, fa bene. Misurando i dati di chi ha questa abitudine con la mortalità per tutte le cause, il vantaggio che si nota è significativo: 20% in meno di rischi per i bevitori morigerati. In Olanda i ricercatori hanno riscontrato una probabilità più alta di raggiungere i 90 anni in chi assume tra i 5 e i 15 g di alcol al giorno rispetto agli astemi. Un bicchiere di vino al giorno è una pillola di longevità, non un compromesso». (Riproduzione riservata)
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