I segnali di distensione commerciale, con l'annuncio di una pausa di 90 giorni sulle tariffe reciproche imposte dall’amministrazione Trump, hanno favorito un tentativo di stabilizzazione dei mercati, che procede in parallelo con la stagione dei bilanci, destinata a essere un test cruciale per il sentiment degli investitori. «Attualmente sono già in vigore diversi dazi, che rappresentano entrate teoriche per gli Stati Uniti di 170 miliardi di dollari su base annua, tra i 18 e i 20 miliardi quelli incassati ad aprile, raddoppiati rispetto all'anno scorso, e molti altri potrebbero essere introdotti nei prossimi mesi», afferma Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.
I negoziati sono iniziati, ma richiederanno tempo. Gli Stati Uniti non hanno fretta di ridurre drasticamente le tariffe e quelle base del 10% rappresentano una soglia minima globale al di fuori dell'Usmc. I negoziati potrebbero portare a un allentamento delle tariffe reciproche quando torneranno in vigore a luglio. Le reazioni dei vari Paesi sono state diverse. La Cina (450 miliardi di esportazioni verso gli Usa) ha reagito in modo aggressivo contro i dazi, il Giappone (150 miliardi) e la Corea del Sud (130 miliardi) si sono affrettati ad avviare i negoziati, mentre l'Ue (606 miliardi di dollari) ha cercato il dialogo. Gli Stati Uniti stanno dando priorità ai colloqui con i Paesi con persistenti deficit commerciali.
Tuttavia, l’annuncio dei dazi porterà inevitabilmente a un rallentamento della spesa delle famiglie e di parte degli investimenti aziendali. Di conseguenza Scauri si aspetta un paio di trimestri di risultati poco brillanti, soprattutto per i titoli ciclici. In ogni caso, sebbene lo shock da incertezza sia significativo e probabilmente si riverserà gradualmente sull'economia reale, al momento ci sono ancora pochi segnali concreti che le tariffe stiano colpendo duramente l'attività economica. Gli indicatori hard sono rimasti relativamente solidi, mentre i soft data (indagini e sondaggi) mostrano crescenti segnali di indebolimento, soprattutto nel mercato del lavoro, nota il gestore azionario Italia di Lemanik.
Tra gli aspetti positivi, va notato che la liquidità sui titoli di Stato statunitensi è tornata a livelli più vicini alla normalità. Inoltre, negli Stati Uniti, dopo un -19% dai massimi, accompagnato da livelli di volatilità (Vix) simili a quelli della crisi del Covid e della crisi finanziaria del 2008, i principali indici hanno recuperato circa il 10% nelle ultime settimane. A livello geografico, da inizio aprile gli indici statunitensi hanno registrato un -3/-5% rispetto al giorno della Liberazione, mentre gli indici europei e italiani sono stati leggermente più resistenti (circa -1%). Il dollaro si è fortemente indebolito (indice Dxy -5%) e l'oro (+6% a 3.315 dollari l'oncia) rimane il principale beneficiario della fase attuale, registrando nuovi massimi grazie all'aumento dell'avversione al rischio. D'altro canto, il petrolio è sceso (-15% a 63 dollari al barile) scontando una maggior probabilità di rallentamento economico.
«Confermiamo la nostra visione moderatamente positiva sui mercati azionari, mantenendo un cuscinetto di liquidità per cogliere potenziali opportunità in caso di nuove correzioni», suggerisce Scauri. «Il nostro scenario di base rimane quello di un'economia globale resiliente, in grado di evitare una recessione tecnica, nonostante il recente deterioramento delle aspettative di crescita dovuto ai cambiamenti politici negli Stati Uniti. Prevediamo che l'Europa continuerà a sovraperformare gli Stati Uniti, sostenuta dall'ampio piano di investimenti annunciato in Germania e dalle valutazioni compresse dei titoli azionari, particolarmente interessanti nello spazio italiano delle mid-small cap, anche grazie al lancio di nuove iniziative istituzionali. Tuttavia, per un rialzo più sostenuto dei mercati globali, sarà necessaria una maggior chiarezza sulla questione dei dazi e un ritorno a condizioni monetarie più accomodanti da parte della Fed».
Due le variabili più importanti da tenere d'occhio nel breve termine: le revisioni degli utili (un indicatore della fiducia delle aziende) e i dati sul mercato del lavoro, oltre ai mercati del credito e dei finanziamenti come fattore non economico che potrebbe far intervenire la Fed. «Continuiamo a privilegiare i titoli azionari di qualità e difensivi. Mentre il settore dei beni di consumo discrezionali rimane probabilmente quello che sottoperformerà nettamente il rischio tariffario, in linea con la nostra visione di lunga data. Si tratta», precisa Scauri, «del grosso del nostro portafoglio, rappresentato da titoli con una leva finanziaria molto bassa, bilanci sani e un forte posizionamento sul mercato di riferimento».
Anche la narrativa fiscale tedesca diventa ancora più importante rispetto a prima del sell-off in una prospettiva azionaria globale. «I titoli preferiti dell'anno in corso, meno esposti ai dazi, come quelli della difesa o quelli legati alla Germania, offrono ora un punto di ingresso molto più interessante rispetto alle settimane precedenti», aggiunge Scauri, sottolineando la non esposizione al settore petrolifero: «la recente decisione dell'Opec+ di aumentare ulteriormente la produzione ha messo a rischio la remunerazione delle compagnie petrolifere integrate e gli investimenti delle società di servizi petroliferi».
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