Nel 2025 la Federal Reserve non dovrà vedersela solo con Donald Trump, che già nel suo primo mandato aveva cercato più volte di ridurne l’indipendenza. Il presidente Jerome Powell dovrà fare i conti anche con i giganti della finanza di Wall Street, che vogliono trascinarlo in giudizio per i criteri troppo restrittivi dei suoi stress test.
Lunedì la Fed aveva annunciato di voler modificare gli esami a cui sottopone ogni anno le banche per misurarne la resilienza di fronte agli scenari economici catastrofici. L’obiettivo è quello di aumentare la trasparenza dei modelli usati e di ridurre la volatilità dei requisiti di buffer di capitale risultanti, due delle principali critiche avanzate negli ultimi anni contro i test.
Le modifiche prospettate quindi vanno incontro al settore del credito, che però le ha definite tardive e limitate. «I cambiamenti proposti da Powell sono un passo verso la trasparenza», spiega Greg Baer, presidente di Bank Policy Institute, che rappresenta anche Jp Morgan, Citigroup e Goldman Sachs. Ma «presenteremo lo stesso un’azione legale per preservare i nostri diritti» assieme all’American Bankers Association e alla Us Chamber of Commerce.
Secondo Cnbc, le tre associazioni non contestano gli stress test in sé criticano bensì i requisiti e le restrizioni «inspiegabili» che impongono sul capitale bancario, considerati troppo onerosi. L’ultima versione ad esempio prevede un crollo del 40% dei prezzi degli immobili commerciali e del 36% di quelli delle case. Parametri su cui la Fed si è basata per calcolare il capitale che le banche devono mettere da parte per assorbire eventuali perdite e per fissare l’entità di buyback e dividendi.
In caso di richieste troppo elevate, quindi, gli istituti americani devono sottrarre risorse che altrimenti destinerebbero ad altri scopi. Come i prestiti alla clientela, che negli ultimi grazie alla stretta monetaria decisa dalla Fed hanno spinto il margine d’interesse.
Le banche statunitensi temono un ulteriore assottigliamento degli utili proprio in una fase in cui i tassi stanno scendendo. Un altro ostacolo per un settore prima indebolito dalle crisi dei mutui subprime e del debito sovrano e poi frenato da anni di tassi d’interesse zero o negativi.
Gli stress test sono serviti alla Fed anche a riportare la fiducia dopo le difficoltà iniziate nel 2008. Ma ora la banca centrale americana si trova alle prese con le richieste sempre più pressanti degli istituti sul capitale. Attacchi che si aggiungono a quelli di Trump e del suo braccio destro Elon Musk. Il patron di Tesla ha ricevuto dal presidente eletto il compito di tagliare i costi snellendo l’apparato burocratico americano.
Così ha messo nel mirino anche la Fed, accusata di avere troppo personale (ha 24 mila dipendenti). La banca centrale però non riceve fondi dal Congresso ma si finanzia soprattutto con gli interessi dei titoli di Stato acquistati. Senza contare che prima della stretta monetaria del 2022 la Fed inviava circa 100 miliardi all’anno al Tesoro. Più che un costo per il governo federale, allora, l’autorità guidata da Powell sembra essere una risorsa. (riproduzione riservata)