Tre milioni e trecentomila dipendenti pubblici, un capitale umano che invecchia e una spesa che cresce (e che quest’anno supererà per la prima volta la soglia dei 201 miliardi di euro). È questa la prima fotografia della relazione 2025 sul Costo del lavoro pubblico firmata dalla Corte dei Conti.
Dal documento, approvato il 24 luglio e trasmesso poi a Parlamento, emerge che la dinamica espansiva dei costi è il risultato congiunto di due fattori: da un lato, l’effetto degli stanziamenti già previsti dalla legge di Bilancio per i rinnovi contrattuali; dall’altro, l’aumento dei livelli occupazionali, in particolare nelle amministrazioni coinvolte nell’attuazione del Pnrr.
Nel 2024, il costo per i redditi da lavoro dipendente si era attestato a 196,6 miliardi, pari all’8,8% del pil. Quest’anno, quando la spesa supererà la soglia dei 201 miliardi, il rapporto è atteso salire al 9% del prodotto interno lordo. E nelle previsioni di finanza pubblica è già messa in conto una crescita lenta e costante: +2,4% nel 2026, +0,5% nel 2027, +1,7% nel 2028.
Dal punto di vista retributivo, il 2025 segnerà anche l’entrata a regime dei contratti collettivi relativi al triennio 2022-2024, con un aumento medio del 5,78% del monte salari 2021, cui si aggiungono ulteriori risorse per il trattamento accessorio.
La relazione osserva che, nel decennio 2015–2024, le retribuzioni contrattuali del pubblico impiego hanno registrato un andamento tendenzialmente allineato all’inflazione europea (Ipca), salvo i bienni più critici sul fronte inflattivo, in particolare 2022 e 2023, che hanno comportato una perdita temporanea del potere d’acquisto.
Tra le eccezioni che emergono nell’analisi della Corte c’è il caso delle farmacie comunali, un settore che, pur rientrando nel perimetro pubblico, presenta caratteristiche retributive anomale rispetto al resto delle amministrazioni locali.
I circa 5.500 dipendenti delle farmacie comunali risultano infatti inquadrati con contratti collettivi extra comparto, che determinano livelli retributivi più elevati rispetto alla media del personale degli enti locali. Una dinamica che la Corte mette in evidenza anche in termini di coerenza sistemica, segnalando come queste realtà operino in un’area grigia tra servizio pubblico e logiche di mercato.
Parallelamente alla dinamica della spesa, la Corte dei Conti dedica ampio spazio alla struttura del personale. Al 31 dicembre 2023 l’Italia conta 3.327.854 dipendenti pubblici, in aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Un incremento legato in buona parte agli ingressi programmati nei comparti più coinvolti dalla spesa Pnrr, come sanità, enti locali, università e ricerca.
Tuttavia, la struttura anagrafica del personale continua a presentare elementi critici. L’età media supera i 50 anni e il 19% dei dipendenti rientra nella fascia 55-59 anni, confermando le conseguenze del blocco del turn over protrattosi per circa un decennio. La Corte segnala che, pur in presenza di nuovi ingressi, «l’effetto di ringiovanimento sarà graduale e potrà manifestarsi solo nel medio periodo».
Accanto al dato anagrafico, emerge anche una fragilità sul piano delle competenze. Secondo la Relazione, due terzi dei dipendenti pubblici operano in profili professionali che non richiedono un titolo di laurea, a conferma di una scarsa specializzazione del capitale umano.
Motivo per cui la normativa recente ha introdotto misure mirate sia alla riqualificazione del personale esistente sia all’adeguamento organizzativo delle amministrazioni. Tra queste, la legge 69/2025 ha previsto la possibilità di individuare nuove figure interne, come i digital manager, gli esperti di intelligenza artificiale o i social media manager, chiamati a supportare le transizioni digitali e comunicative della Pa.
Viene inoltre rafforzato l’obbligo di formazione continua: almeno 40 ore annue per ciascun dipendente, da pianificare nell’ambito del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (Piao). L’adozione e l’aggiornamento del Piano diventano condizioni vincolanti non solo per procedere con nuove assunzioni, ma anche per l’erogazione della retribuzione di risultato ai dirigenti.
Una delle novità più significative sul piano organizzativo (contenuta nel nuovo Ccnl delle Funzioni centrali) è la previsione di una settimana lavorativa su quattro giorni, a parità di orario settimanale (36 ore). La misura è su base volontaria e deve essere oggetto di accordo individuale, ma introduce un principio potenzialmente innovativo nella gestione del lavoro pubblico.
La Corte ribadisce infine il ruolo centrale della contrattazione collettiva come strumento di regolazione dei rapporti di lavoro nella Pa. Le risorse già stanziate per i futuri rinnovi - a partire dalla legge di bilancio 2025 - sono commisurate alle previsioni di variazione del potere d’acquisto e sono considerate coerenti con gli obiettivi di sostenibilità della spesa nel quadro della programmazione triennale. (riproduzione riservata)