Wall Street chiude positiva, nonostante la guerra in Israele, trainato dai titoli della difesa e dell’energia. Probabilmente è diffusa la convinzione che il conflitto non si allargherà. Il tempo dirà se si è trattato solo di una pia illusione: Dow Jones +0,6%, S&P500 +0,6%, Nasdaq +0,4%. Il petrolio Wti sale del 4,3% a 86,35 dollari al barile, l’oro dell’1,7% a 1.876,50 dollari l’oncia. Euro in leggero calo a 1,0570 dollari.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato in un messaggio televisivo che «le atrocità commesse da Hamas non si vedevano dai tempi delle atrocità dell'Isis. Bambini legati giustiziati insieme alle loro famiglie. Giovani uomini e donne colpiti alla schiena e giustiziati. Altri orrori che non descriverò qui. Abbiamo sempre saputo chi è Hamas. Adesso lo sa tutto il mondo. Hamas è l'Isis. E lo sconfiggeremo proprio come il mondo illuminato ha sconfitto l'Isis».
Wall Street recupera dopo metà seduta e prosegue gli scambi contrastata. Alle 19:30 il Dow Jones e l’S&P 500 salgono dello 0,15%. Solo il Nasdaq resta sotto la parità, in calo dello 0,1%. L’attenzione degli investitori rimane sul conflitto in Israele, che si ripercuote sui prezzi dell’oro e del petrolio (leggi sotto). Non solo. Oltre alla guerra in Medio Oriente secondo Maurizio Novelli, gestore di Lemanik Global Strategy Fund, «i mercati finanziari iniziano a dubitare del soft landing e sembrano più preoccupati dell’higher for longer».
Per l’analista «il timore che la Fed non sia disponibile a fare scendere i tassi durante il soft landing sta iniziando a intaccare la propensione al rischio. In base alle analisi sul ciclo del credito e del debito degli ultimi 15 anni è difficile però che il sistema possa avere un soft landing ed è ancora più complicato che i tassi possano rimanere alti per lungo tempo». Un’ultima novità arriva dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che si è espresso a favore di una tassa minima del 25% per i miliardari.
Wall Street prosegue la seduta in rosso. Alle 17:20 il Dow Jones cede lo 0,2%, mentre l’S&P 500 perde lo 0,35% e il Nasdaq lo 0,8%. Con la guerra in Israele che non dà segni di tregua continua la corsa verso i beni rifugio. In particolare cresce il prezzo dell’oro, che vale 1.865,75 dollari all’oncia (+1,11%). Non si ferma nemmeno il trend positivo del petrolio, spinto dal timore di possibili tagli alla produzione da parte dell’Iran (alleato di Hamas): sia il prezzo del Brent che del Wti sale del 4%, con il primo che rivede quota 90 dollari al barile.
«Il rischio che la più grande incursione in Israele dal 1973 si trasformi da evento localizzato a conflitto prolungato e che coinvolga un numero maggiore di Paesi dovrebbe essere tra le principali preoccupazioni degli investitori», spiega Norman Villamin, group chief strategist di Union Bancaire Privée. «Uno scontro prolungato può coinvolgere l’Iran. E poiché le esportazioni iraniane e i rilasci dalla riserva petrolifera strategica degli Usa hanno compensato i tagli sauditi, potrebbe crearsi un nuovo shock dell’offerta per i mercati energetici globali». Ecco perché Villamin consiglia i titoli energetici, «settore che potrebbe offrire un rifugio sicuro nel contesto di incertezza geopolitica».
Wall Street apre la seduta in rosso. Alle 15:30 il Dow Jones è piatto, l’S&P 500 cede lo 0,4% e il Nasdaq l’1%. Il ritorno della guerra in Israele accresce l’incertezza sui mercati e manda in rosso le borse europee. Così gli investitori si dirigono verso i beni rifugio. In particolare il prezzo dell’oro sale a 1.858 dollari per oncia (+0,70%) mentre il cambio euro-dollaro scende a quota 1,0546 (-0,38%). Con il mercato dei bond chiuso per il Columbus Day, il rendimento del Treasury decennale a cui guardare è quello del 6 ottobre, data in cui aveva toccato il 4,795% (+0.079%) dopo i dati sul lavoro oltre le attese: il timore in questo caso è che la Fed aumenti ancora i tassi per raffreddare l’economia, mossa che peserebbe sul gigantesco debito pubblico americano.
Ma è il petrolio la vera star di giornata, spinta dai timori sulla produzione dopo l’escalation in Medio Oriente: il prezzo del Brent sale del 3,3% e si riavvicina ai 90 dollari al barile (ora è a 87,2 dollari), mentre quello del Wti cresce del 3,5% e arriva a quasi a 86 dollari al barile. Non va dimenticato che un rincaro del greggio potrebbe far risalire l’inflazione e spingere la Fed a nuove strette, un’ipotesi che pesa in particolare sul Nasdaq, ricco di società con un continuo bisogno di ricorrere al credito. Ecco cinque titoli da monitorare lunedì 9 ottobre.
Alle 15:30 i titoli delle compagni petrolifere salgono per via della paura che l’Iran (alleato di Hamas) chiuda i pozzi di petrolio, causando un calo dell’offerta e quindi un aumento del costo del greggio. Nello specifico le azioni Exxon crescono del 3,2%, mentre quelle di Chevron guadagnano il 2,5%. Occidental Petroleum infine segna +3,6%.
Alle 15:30 le azioni delle case automobilistiche Usa aprono la seduta in rosso. I lavoratori di Mack Trucks (gruppo Volvo) si sono uniti allo sciopero indetto a Detroit dai colleghi di Ford (-0,8%), General Motors (-1,1%) e Stellantis. La richiesta è simile: aumenti di stipendio e una migliore qualità del lavoro. Nel frattempo i sindacati hanno deciso di non estendere gli scioperi per la prima settimana da quando sono iniziati il 15 settembre, per via dei progressi nelle trattative.
Alle 15:30 il titolo Walt Disney sale dello 0,8%. Il Trian Fund Management dell’investitore attivista Nelson Peltz ha aumentato la sua quota nel colosso dell’intrattenimento con l’obiettivo di ottenere più posti nel cda. Il fondo è così passato dal detenere 6,4 milioni di azioni a possederne oltre 30 milioni. In totale la partecipazione vale più di 2,5 miliardi.
Alle 15:30 le azioni Spotify cedono il 4%. La piattaforma di streaming musicale paga il declassamento deciso da Redburn Atlantic, che ha abbassato il rating del titolo da buy a neutral. Per giustificare la scelta gli analisti hanno evidenziato la diluizione del margine lordo dovuta alla decisione di Spotify di includere gli audiolibri nel pacchetto di abbonamento premium.
Alle 15:30 il titolo Amazon perde il 2%. A salvare il titolo non basta il fatto che il colosso dell’elastomerico abbia lanciato con successo i suoi primi due satelliti di prova. Con questo test di volo, rimandato per oltre un anno e costato più di 10 miliardi, Amazon prova a competere con Starlink, la rete satellitare di Elon Musk che può fornire internet ad alta velocità ovunque. I primi satelliti operativi dovrebbero andare in orbita nel 2024 per poter effettuare test con i clienti dalla fine del 2024. (riproduzione riservata)