La denominazione «Bancor» del premio promosso dall'Associazione Guido Carli e da Banca Ifis, che nell'edizione di quest'anno è stato conferito lunedì 23 a Larry Summers, stimola a riflettere sull'omonima moneta internazionale che J. M. Keynes avrebbe voluto fosse istituita nel contesto degli Accordi di Bretton Woods allorché fu operato, sia pure entro inevitabili limiti, per costruire un nuovo ordine monetario internazionale.
Come si sa, il progetto monetario non fu accolto, anche per il peso che già aveva quello che si delineava come il disegno della spartizione geopolitica del mondo tra i vincitori della seconda guerra mondiale. Ma ciò non ha certamente cassato - ora e soprattutto ora - la necessità di un nuovo ordine monetario internazionale che possa avere al proprio centro una sorta di banca centrale preposta al monitoraggio della liquidità internazionale.
Potrebbe sembrare cioè utopistico in un globo marchiato da innumerevoli guerre e, più da vicino a noi, dal conflitto in Ucraina e da quello in Israele suscettibili di modificare la geopolitica almeno delle rispettive aree e, prima ancora, di sollevare fondamentali questioni umanitarie e di diritto internazionale.
In ogni caso la revisione delle attribuzioni del Fondo monetario internazionale e della stessa Banca mondiale, oltre a quelle di altre istituzioni economiche internazionali, non può essere eluso, anche se i tempi non vanno proprio nella direzione che faciliti una necessaria riforma.
Il premio di cui si è detto con il nome di Bancor richiama l'utilizzo di questo, che era diventato un nom de plume, da parte di Eugenio Scalfari, ai tempi direttore de l'Espresso, nell'affrontare soprattutto analisi e proposte in materia economica e finanziaria.
Gli articoli - era comune non smentito convincimento - nascevano da colloqui che Scalfari aveva con il governatore della Banca d'Italia, Guido Carli. Qualcuno ipotizzava anche un concorso, sporadico, di Rinaldo Ossola, prima vice, poi, dg. Altri erano convinti che i pezzi fossero scritti dallo stesso Carli. Gli editoriali firmati Bancor erano, ovviamente, eccellenti e difficilmente contestabili per il contenuto, ma anche per la forma decisamente incisiva, di particolare efficacia. Costituivano testi di diffuso interesse sia per gli addetti ai lavori, sia per i politici, ma anche per i comuni lettori messi in condizione di comprendere materie complicate.
Una volta capitò che l'Espresso anticipasse con uno stile diverso alcune importanti parti di quelle che di lì a pochi giorni sarebbero state le Considerazioni Finali lette da Carli il 31 maggio. Fiorirono i dubbi sull'uscita anticipata di quelle parti. Qualcuno immaginò che si fosse trattato di un modo astuto per sondare il terreno prima della formalizzazione nell'assemblea di fine maggio. Carli dispose un'ispezione al Centro Stampa dell'Istituto al quale venivano consegnate le minute per stampare il testo di quelle che già allora si chiamavano le "C.F.".
Non si seppe mai se si fosse trattato di una mossa per fugare dubbi, che potevano essere anche fondati, oppure di una naturale reazione senza secondi fini. In ogni caso, Carli, che annetteva una fondamentale importanza alla libera stampa - ricordo come fosse il primo a sottoscrivere le distribuzioni straordinarie dell'Unità e del Manifesto allorché gli portavamo, per la sottoscrizione, questi giornali - introduceva nell'Istituto una più che doverosa attenzione all'importanza della comunicazione che considerava essenziale per una banca centrale. Questa funzione si è poi sviluppata con i successori.
Oggi siamo nella necessità di un ulteriore, deciso passo avanti che riguarda l'intero Eurosistema, ma concerne specificamente l'Istituto di Via Nazionale. Ovviamente non penso a imitazioni di un inimitabile personaggio qual era Guido Carli e come erano i successori che avevano lavorato con lui. Occorre, invece, rafforzare strutture e dedicarsi alla formazione e al costante aggiornamento di funzionari interni che conoscano profondamente la Banca e a ciò aggiungano una versatilità per cultura generale, specifiche competenze e positive esperienze nel campo della comunicazione, in particolare istituzionale.
Gli stessi messaggi dei vertici andrebbero coordinati. Vi fu un tempo in cui uno scriteriato parlamentare avrebbe voluto, e a tal fine preannunciava una proposta di legge mai però presentata, che l'allora governatore, che teneva discorsi pubblici non più di sei-sette volte in un anno, comprese le audizioni parlamentari, parlasse una sola volta, cioè con le Considerazioni Finali. Si trattava evidentemente di un colpo di sole. Oggi però siamo alla straordinaria abbondanza di interventi. In alcuni giorni tengono discorsi contemporaneamente, in sedi diverse, quasi tutti i membri del Direttorio.
Sia chiaro: lungi da chi scrive ipotizzare limiti. Ma una autonoma regolazione delle uscite pubbliche sarebbe nell'interesse innanzitutto di chi parla, quindi di chi recepisce i messaggi che vengono dati, evitandosi in questo modo che non pochi interventi vengano del tutto trascurati dalla carta stampata e dai mass media in generale: cosa, questa, in passato mai accaduta. La digitalizzazione aiuta, ma deve sussistere un particolare impegno a formare le professionalità. (riproduzione riservata)