Il conflitto tra Israele e Hamas non cambia per ora il quadro sull’inflazione dell’Eurozona e di conseguenza la linea della Bce sui tassi. Francoforte non è orientata a nuovi aumenti. «Prevediamo che l’inflazione si assesterà verso l’obiettivo del 2% da qui al 2025. Non vediamo alcuna ragione che modifichi questa tendenza», ha detto ieri il governatore francese François Villeroy de Galhau alla radio France Info. I prezzi del petrolio, ha aggiunto, rappresentano solo una piccola parte dell’inflazione che nel complesso è in calo «in modo chiaro». Il carovita nell’Eurozona è sceso a settembre del 4,3% dopo aver raggiunto un picco del 10,6% a ottobre 2022.
«Non ci troviamo oggi in una situazione simile a quella della guerra del Kippur, ma dobbiamo rimanere molto vigili perché è aumentata l’incertezza economica», ha osservato Villeroy. «Il punto su cui essere più attenti è un’estensione del conflitto». Un riferimento implicito a un eventuale coinvolgimento dell’Iran che però al momento appare improbabile. Anche l’olandese Klaas Knot ha detto nei giorni scorsi di non aspettarsi «un effetto duraturo sul petrolio se rimarrà un conflitto regionale tra Israele e Gaza, ma le cose potrebbero cambiare se altre grandi nazioni della regione venissero coinvolte».
Villeroy non prevede nuove strette da parte della Bce. «Dopo aver alzato molto i tassi, penso che ora siamo al giusto livello, alla giusta dose», ha osservato. «A meno che non ci siano nuove indicazioni dall’economia, non è auspicabile un ulteriore aumento dei tassi Bce. Dobbiamo essere pazienti, ma anche fiduciosi».
Nei giorni scorsi il governatore francese aveva evidenziato che «testare l’economia fino alla rottura (testing until it breaks) non è un modo sensato di calibrare la politica monetaria». Ieri il banchiere centrale ha aggiunto che «non c’è giustificazione monetaria» per aumentare le riserve obbligatorie delle banche, come invece chiesto dal falco austriaco Robert Holzmann. Per Villeroy «la stabilità dell’attuale regime deve essere confermata».
Mentre l’inflazione è in calo, diventano sempre più forti i segnali di frenata economica, come hanno confermato ieri i dati della Banca d’Italia sui prestiti alle imprese ad agosto, scesi del 6,2% su base annua (sul tema si veda MF-Milano Finanza del 28 settembre). Il calo dei prestiti alle imprese su tre mesi annualizzato è stato dell’11,2% in Italia, del 4,4% in Spagna e dell’1,5% in Germania. Il rallentamento del credito oltre le previsioni potrà essere un problema significativo per la Bce. (riproduzione riservata)