Ad aprile negli Stati Uniti l’inflazione ha rallentato ma è rimasta ancora troppo lontana dal target del 2% della Federal Reserve. Secondo le stime del Bureau of Labor Statistics di ieri, l’indice dei prezzi al consumo (Cpi) ha evidenziato su base annuale un rialzo del 3,4%, in linea con le attese del mercato (a marzo era al 3,5%). Su base mensile l’inflazione ha mostrato una variazione del +0,3%, meno di quanto si aspettavano gli economisti (+0,4% come a marzo). L’indice core, che esclude i prezzi più volatili di energetici e alimentari, ha mostrato una crescita del 3,6%, anch’essa in linea con le previsioni del mercato al 3,6% (a marzo +3,8%). Per la componente di fondo si tratta della crescita più bassa dal 2021. A contribuire al leggero raffreddamento è stato il calo di alcuni beni e servizi che avevano in precedenza registrato aumenti molto evidenti: ad esempio il noleggio di auto auto a noleggio, servizi alberghieri o aerei.
Nonostante la pressione inflattiva sui prezzi sia diminuita, secondo gli esperti rimane comunque troppo alta, attestandosi appena un decimo sotto i livelli di febbraio e marzo. Oltre all’indicatore sul carovita, che doveva essere game changer per le scelte della Federal Reserve in politica monetaria, il dato maggiormente market mover di ieri è stato quello sulle vendite al dettaglio (principale fattore che influenza la lettura sul pil statunitense) che ha sorpreso in negativo. Ad aprile le vendite al dettaglio sono rimaste invariate su base mensile, ben inferiori rispetto alle attese che indicavano una crescita dello 0,4%, mentre il dato di marzo è stato addirittura rivisto da +0,7% a +0,6%.
«Il debole dato in aprile e la revisione al ribasso per il mese di marzo aumentano le probabilità che qualche membro della Fed possa votare per un taglio anticipato dei tassi di interesse già nel mese di luglio» spiega Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia. Nonostante gli indicatori mantengano vive le attese per un primo taglio a luglio, affinché questo si concretizzi, secondo gli esperti di Janus Henderson, sarebbe però necessario che questi piccoli passi indietro dell’inflazione siano rapidamente supportati da una combinazione di notizie positive più significative sul carovita stesso o da segnali più concreti di debolezza del mercato del lavoro nelle prossime settimane.
Al momento il mercato sconta al 70% la probabilità che il primo taglio del costo del denaro negli Usa arrivi a fine estate durante il meeting del 18 settembre. Secondo Diodovich, infatti, nel breve termine non esistono le condizioni per procedere a un cambio nelle strategie monetarie da parte della Federal Reserve. «Crediamo che sia altamente probabile che la Fed continui a monitorare l’andamento delle variabili macroeconomiche, in particolare inflazione, pil e disoccupazione, e decida nel corso dei prossimi mesi la direzione della politica monetaria», conclude Diodovich. «Riteniamo anche molto probabile che la riunione del 17-18 settembre, accompagnata dalla pubblicazione delle nuove proiezioni macroeconomiche, sia quella più plausibile per il primo taglio del costo del denaro».
In ogni caso ieri i mercati hanno risposto in modo positivo agli indicatori: a metà seduta Wall Street procedeva in frazionale rialzo, mentre i rendimenti dei Treasury sono scendevano con il decennale al 4,36% e la scadenza biennale al 4,7%. Mentre i precedenti dati avevano messo perfino in dubbio che la banca centrale Usa tagliasse i tassi nel corso del 2024, ora il mercato oscilla tra l’ipotesi di uno o due tagli, e quest'ultima lettura dovrebbe far pendere l’ago della bilancia verso la seconda ipotesi, con la prospettiva di poter avere forse anche fino a tre tagli, riportando d’attualità le precedenti previsioni della Fed. (riproduzione riservata)