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Christine Lagarde
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L’economia dell’Eurozona scricchiola. E ora la Bce potrebbe essere obbligata ad anticipare il taglio dei tassi

27 ottobre 2023, 21:30

Dopo un anno a crescita zero l’area euro dovrebbe finire in recessione a fine anno. Così dicono gli indici anticipatori e i dati sul credito. Perciò la Bce potrebbe aver ritardato troppo la pausa sui tassi. E ora gli analisti prevedono un taglio a metà 2024

La crescita dell’Eurozona è da un anno pari a zero. Basta osservare l’aumento del pil negli ultimi quattro trimestri: +0,3% nel terzo del 2022, poi -0,1% nel quarto e +0,1% nel primo e nel secondo trimestre del 2023. L’ultimo dato è stato rivisto al ribasso, dalla stima iniziale di Eurostat dello 0,3%. Un segnale del deterioramento sempre maggiore dell’economia. Gli Usa al contrario hanno più volte superato le attese e stanno crescendo ancora a ritmo sostenuto (+4,9% annualizzato nel terzo trimestre).

Lo scenario dei prossimi mesi

Il problema per l’Eurozona è però più nel futuro che nel passato. I dati deludenti visti finora hanno risentito solo in parte della stretta monetaria che la Bce ha varato da luglio 2022, con un aumento dei tassi di 450 punti base e una riduzione del bilancio per 1.800 miliardi. L’effetto della restrizione arriva all’economia con ritardo attraverso il canale bancario.Secondo quanto detto dalla presidente Bce Christine Lagarde, la trasmissione della politica monetaria Bce sarà ancora più forte a fine anno e a inizio 2024. Questo fattore perciò peserà sul pil dell’Eurozona dei prossimi mesi.

Morgan Stanley ha previsto una contrazione dello 0,2% per il terzo trimestre e dello 0,1% per il quarto. Anche secondo le imprese contattate in un sondaggio della Bce il pil calerà nei due trimestri. Così l’area euro sarebbe in recessione tecnica.Gli economisti consultati dalla banca centrale hanno abbassato la stima di crescita dell’Eurozona per l’intero 2023 allo 0,5% (dal precedente +0,6%, comunque inferiore al +0,7% previsto dalla Bce) e per il 2024 allo 0,9% (dal precedente +1,1%, portando il valore sotto il +1% indicato nelle proiezioni di Francoforte).

I rischi al ribasso

Il quadro resta condizionato da alcune incognite. La Bce ne ha indicate tre. Innanzitutto «un’economia mondiale più debole peserebbe sulla crescita» europea. Anche gli Usa rallenteranno nei prossimi mesi. Inoltre i rischi geopolitici sono aumentati ulteriormente dopo il conflitto tra Israele e Hamas: «Ciò potrebbe rendere le imprese e le famiglie diventino meno fiduciose e più incerte sul futuro, frenando ulteriormente la crescita», ha osservato la Bce.

Infine il pil potrebbe frenare ulteriormente «se gli effetti della politica monetaria si rivelassero più forti del previsto», ha osservato Francoforte. Gli strumenti delle banche centrali non sono precisi. Ora c’è il rischio che la stretta attraverso i prestiti sfugga di mano, oltre le attese della banca centrale.

Il problema del credito

Già i dati di settembre hanno mostrato che i prestiti alle imprese nell’Eurozona sono ormai fermi su base annua (+0,2%, dal +0,7% di agosto), una situazione che non si vedeva da settembre 2015. Ma ci sono Paesi in cui si registra già una forte flessione.

Tra questi l’Italia, dove il crollo annuo è stato del 6,9%, più accentuato rispetto al -6,4% di agosto. Un calo di questa portata non è mai stato registrato da quando i dati sono elaborati dalla Bce, cioè dal 2004. La riduzione dei prestiti alle imprese in Italia in questa fase è superiore a quella nella crisi del debito sovrano. La variazione del credito trimestrale annualizzata ha sfiorato in Italia il 12% (-5,3% in Spagna, -0,2% in Germania e +3,5% in Francia).
Le ragioni del calo dei prestiti sono legate all’offerta (a causa della minore tolleranza per il rischio e della minore liquidità delle banche) e della domanda (condizionata dai tassi più alti). Le banche si aspettano una restrizione ulteriore nel quarto trimestre, soprattutto per il credito alle aziende. Imprese e famiglie stanno ricorrendo in parte a fonti di finanziamento interne, accumulate anche negli anni passati. Ma in parte stanno anche riducendo investimenti e consumi, con impatto sulla crescita. Si vedrà nei prossimi mesi quale sarà l’effetto complessivo.

Le prospettive secondo gli indici anticipatori

Gli indici anticipatori del ciclo economico non segnalano buone notizie. La fiducia dei consumatori, secondo i calcoli della Commissione Ue, è inferiore del 18% rispetto alla media di lungo termine. L’Eurozona è l’area con le peggiori prospettive economiche a livello globale secondo gli indici Pmi, come riportato la scorsa settimana su Milano Finanza. A ottobre gli indicatori sono ulteriormente peggiorati: il Pmi composito è sceso ai minimi da 35 mesi a 46,5 (da 47,2 di settembre), quello della manifattura a 43 (da 43,4) e quello dei servizi a 47,8 (da 48,7). Tutti i valori sono sotto la soglia di 50 e perciò indicano una contrazione dell’economia. Il calo dei nuovi ordini è stato il maggiore dal maggio 2020 e, se si escludono i primi mesi di pandemia, dal 2009. «La frenata dell’economia dell’Eurozona ha subito un’accelerazione all’inizio del quarto trimestre», ha osservato S&P Global che elabora gli indici Pmi con Hamburg Commercial Bank (Hcob). «Nell’Eurozona le cose stanno andando di male in peggio. Il settore manifatturiero è in difficoltà per il sedicesimo mese consecutivo, quello dei servizi per il terzo, ed entrambi i comparti hanno subìto un altro duro colpo», ha sottolineato Hcob.

La pausa della Bce sui tassi (in ritardo)

Alla luce di questi dati, la prima pausa della Bce sui tassi dopo dieci rialzi consecutivi è stata inevitabile il 26 ottobre. Lo stop poteva essere anticipato: già a settembre era diventato chiaro il rallentamento dell’economia, così come il netto calo dell’inflazione (che a ottobre dovrebbe essere poco sopra il 3%), ma la Bce ha deciso allora di alzare comunque i tassi di 25 punti base, con un aggravio aggiuntivo probabilmente non necessario per l’economia. La mossa potrebbe così rivelarsi un errore come quello del 2011. Ora molti analisti si aspettano una riduzione dei tassi a metà 2024, ma segnalano che la Bce potrebbe essere obbligata ad anticipare il taglio a causa della recessione e del ritorno dell’inflazione verso il 2% in tempi più rapidi di quelli attesi dalla banca centrale. (riproduzione riservata)



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