In Italia l’investment banking non è un affare solo per istituti tricolore. Il settore è terra di conquista anche dei giganti stranieri, non solo americani ma anche europei. Deutsche Bank ha partecipato al 40% di deal annunciati nel Paese, strategico perché rappresenta il suo secondo mercato. La banca tedesca punta sull’investment banking anche fuori dai confini italiani e infatti la divisione è la sua prima fonte di ricavi: nel primo trimestre ha generato 3 miliardi, in crescita del 13%.
Negli anni l’istituto ha preso parte ad alcune delle più grandi operazioni: una su tutte, la cessione della rete Tim alla cordata formata da Kkr e dal Mef. Deutsche Bank precisa di aver gestito sette operazioni negli ultimi dodici mesi su un totale di 19, di cui quattro delle 11 del 2024. Il team della banca d'investimento spazia tra i diversi settori. Nelle telecomunicazioni ha partecipato anche al deal tra Swisscom e Vodafone per la vendita delle attività italiane della seconda alla prima. Mentre nel settore difesa è stata il solo advisor finanziario di Fincantieri nell’acquisizione di Underwater Armament Systems (ex Wass) da Leonardo per 415 milioni.
I tedeschi si sono concentrati sull’investment banking advisory, che hanno potenziato rafforzando le sinergie con le altre sezioni interne. «Negli ultimi anni abbiamo rivisto il modello organizzativo italiano», spiega Marco Campo, co-head of investment banking coverage in Italia. «Abbiamo rafforzato le sinergie già esistenti con la corporate bank e sviluppato una maggiore collaborazione con il wealth management. Continuiamo inoltre a incrementare la nostra quota di mercato grazie anche alla partecipazione in alcune delle più importanti operazioni m&a e financing sul mercato italiano dell’ultimo anno». Questa strategia ha permesso alla banca di entrare in affari come quello della rete Tim, a cui ha preso parte grazie ai rapporti costruiti in passato con Kkr. Stessa storia per l’emissione del bond senior di La Doria da 525 milioni.
«Il network globale e la capillarità della nostra presenza in Italia sono nostri punti di forza e ci permettono di competere ad armi pari con le grandi banche americane», racconta Alessandro Vangelisti, co-head of investment bank coverage in Italia. «Queste ultime sono focalizzate principalmente sull’investment banking. Ma in Italia l’economia è incentrata sulle aziende di piccole e medie dimensioni, con esigenze diverse e che non riesci a raggiungere se ti manca un’anima di corporate bank o di wealth management. Questo ci permette di rafforzare ulteriormente la qualità della nostra piattaforma a servizio dei fondi di private equity come dimostrato dalle svariate recenti operazioni di advisory e financing».
Poter pescare nel mondo small e medium size è decisivo ora più che mai, perché le grandi operazioni stanno tornando ma sono comunque inferiori rispetto al passato. Le ultime a cui Deutsche Bank ha preso parte sono l’emissione dei bond senior garantiti da 900 milioni di Lottomatica, società per lui l'istituto tedesco ha lavorato sempre con ruoli senior anche nell'ipo e nei successivi collocamenti accelerati di azioni realizzati da Apollo quest’anno. Un altro deal di peso è stato lo scorporo delle attività global gaming e playdigital di Igt (gruppo De Agostini) e la successiva fusione con l’americana Everi Holdings.
Gli Stati Uniti però non hanno regalato solo soddisfazioni. È da lì che a marzo dell’anno scorso è partito il vento di tempesta che ha colpito le banche del Vecchio Continente. Per salvare Credit Suisse è dovuta intervenire la rivale di sempre Ubs. Anche Deutsche Bank ha affrontato giorni complicati, oltre a grandi perdite in borsa a Francoforte, soprattutto nei giorni in cui il panico per la tenuta del sistema bancario europeo si è diffuso sui mercati. L’istituto tedesco ha retto l’urto e negli ultimi anni ha cercato di scrollarsi di dosso la vecchia reputazione di operatore aggressivo e con prodotti più rischiosi dei competitor.
Un esempio del nuovo corso è l’acquisizione dell’inglese Numis Corporation, che secondo alcuni esperti è paragonabile a un’Equita o un Intermonte. «Si tratta di un investimento strategico e anticiclico», commenta Pierpaolo Di Stefano, vice chairman Emea origination & advisory di Deutsche Bank. «Questa operazione ci ha permesso di accrescere il nostro network internazionale nel mercato dell’investment banking più grande in Emea ed è in linea con la strategia della banca di consolidare le attività di advisory. Ma non ci siamo solo rafforzati nel Regno Unito, abbiamo creato importanti sinergie ulteriori avendo assunto oltre 50 managing director a livello globale dedicati al mondo dell’advisory, tra i quali Alison Harding-Jones come responsabile globale m&a, un team di consumer e luxury e uno dedicato all’America Latina».
Il titolo ha reagito bene nell’ultimo anno e sul Dax ha guadagnato più del 50%, portando la capitalizzazione a circa 30 miliardi. Anche i bilanci sorridono, sulla scia della stretta monetaria decisa dalla Bce. Così il primo trimestre del 2024 si è chiuso con un utile netto di pertinenza degli azionisti di 1,3 miliardi, sopra le attese e oltre gli 1,15 miliardi dello stesso periodo del 2023. I ricavi totali, invece, hanno raggiunto i 7,8 miliardi (+1%). «Tutto ciò ci pone nella posizione di assistere i nostri clienti, corporate, finanziari e fondi di private equity relativamente a tutti i prodotti di investment banking e della corporate bank», riprende Pierpaolo Di Stefano, «e a posizionarci costantemente nella top 5 delle banche internazionali». (riproduzione riservata)