Il credito è uno dei punti di maggiore fragilità dell’economia italiana ed europea. I dati di settembre hanno mostrato che i prestiti alle imprese nell’Eurozona sono ormai fermi su base annua (+0,2%, dal +0,7% di agosto), una situazione che non si vedeva da settembre 2015. Ma ci sono Paesi in cui si registra già una forte flessione. Tra questi l’Italia, dove il crollo annuo è stato del 6,9%, più accentuato rispetto al -6,4% di agosto.
Un calo di questa portata non è mai stato registrato da quando i dati sono elaborati dalla Bce, cioè dal 2004. Ciò vuol dire che la riduzione dei prestiti alle imprese in Italia in questa fase è superiore a quella nella crisi del debito sovrano: il punto più basso allora era stato toccato a novembre 2013 a -6,1%. A settembre i finanziamenti sono scesi di quasi 3 miliardi, dopo la caduta di quasi 15 miliardi ad agosto.
L’andamento annuo dei prestiti alle aziende è stato migliore in Francia (+3,5%) e Germania (+0,9%), mentre è risultato in deciso calo anche in Spagna (-3,1%). Le tendenze negative sono più accentuate in tutti i Paesi se si osservano le variazioni trimestrali annualizzate: -11,8% in Italia, -5,3% in Spagna, -0,2% in Germania e +3,5% in Francia. I dati trimestrali sui prestiti alle famiglie hanno segnalato una flessione minore ma comunque rilevante in termini storici: -1,6% in Italia, -1,8% in Spagna, +0,3% in Germania e +0,9% in Francia.
La frenata del credito è in parte desiderata dalla Bce che ha l’obiettivo di frenare l’inflazione con i rialzi dei tassi. Ma la banca centrale rischia che la situazione finisca fuori controllo aggravando una recessione che ormai sembra probabile. Sull’economia pesa la stretta monetaria più forte e più rapida nella storia dell’euro, avviata da luglio 2022, che ha portato a un aumento dei tassi di 450 punti base e a una riduzione del bilancio di 1.800 miliardi. L’impatto potrebbe farsi sentire con maggiore forza sull’economia proprio mentre l’inflazione è in netto calo. Il carovita nell’Eurozona dovrebbe scendere poco sopra il 3% a ottobre, secondo le attese degli economisti, rispetto al 10,6% di un anno fa.
La trasmissione della politica monetaria attraverso il credito è uno dei punti valutati dalla Bce, ma anche quello meno considerato tra i falchi del board, che puntano a ridurre l’inflazione il più velocemente possibile e «a qualsiasi costo» per l’economia, come ha detto in passato la Bundesbank. Oggi si riunirà il consiglio direttivo che lascerà fermi i tassi dopo averli alzati per dieci riunioni consecutive: una stretta che nei prossimi mesi potrebbe apparire eccessiva. Non sono attese novità neppure riguardo alla riduzione del bilancio attraverso le riserve obbligatorie o i minori reinvestimenti di titoli scaduti del piano pandemico Pepp: il calo della liquidità è uno dei fattori che sta comprimendo il credito ed è auspicato dai falchi anche per ridurre le perdite delle banche centrali nazionali (quella svedese, che pure non fa parte dell’Eurozona, ha detto di aver bisogno di una ricapitalizzazione).
I dati di ieri hanno confermato lo scenario evidenziato martedì dal sondaggio sul credito fatto dalla Bce presso le banche. Dal Bank Lending Survey di ottobre è emerso che gli standard creditizi delle banche «si sono ulteriormente inaspriti, e più di quanto previsto dalle banche, in tutte le categorie di prestito».
Dal lato dell’offerta, il peggioramento è legato alla minore tolleranza per il rischio e alla minore liquidità delle banche, secondo la Bce. Gli istituti si aspettano una restrizione ulteriore, seppure più moderata, nel quarto trimestre, soprattutto per il credito alle aziende. Le banche hanno registrato forti utili grazie al rialzo dei tassi ma ora potrebbero risentire della riduzione dei prestiti e dell’aumento delle perdite su credito. Le flessioni sui finanziamenti sono anche il risultato della minore domanda da parte di imprese e famiglie, condizionata dai tassi più alti e dai minori investimenti e consumi.
La caduta del credito peserà sui dati economici dei prossimi mesi. Le prospettive per l’Eurozona sono negative e gli indici Pmi, scesi ai minimi da 35 mesi, indicano una recessione. Lo stesso scenario è stato confermato per la Germania ieri dall’indice Ifo sulla fiducia delle imprese. (riproduzione riservata)